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ashes and roses
Fandom: acotar
Created: 5/8/2026
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FantasyDramaAngstHurt/ComfortDarkActionTragedyHuman ExperimentationBody HorrorPsychologicalDivergenceCharacter StudyRetellingGraphic ViolenceCanon SettingRomanceLyricismJealousyAlcohol Abuse
Il Sangue della Rosa e l'Ombra della Regina
Il freddo delle caverne di Sotto la Montagna non era come quello dell’inverno nella Terra di Mezzo. Non era un gelo che faceva battere i denti o che invitava a stringersi in una coperta di lana davanti a un camino acceso. Era un freddo antico, viscido, che puzzava di morte, di magia nera e di disperazione.
Feyre camminava lungo i corridoi di pietra umida, scortata dalle guardie di Amarantha, con il cuore che le pesava nel petto come un sasso. Ogni passo era una tortura, ogni respiro un promemoria del fallimento che la stava consumando. Era lì per Tamlin, per salvare l’uomo che amava e il suo popolo, ma il prezzo che la regina le stava chiedendo era inimmaginabile.
Tuttavia, c’era un dolore più profondo, una ferita che non si era mai rimarginata da quando, mesi prima, alla Corte di Primavera, Claris era svanita nel nulla.
Claris Vaelor. La sua migliore amica, la ragazza dai lunghi capelli biondo oro e dagli occhi celesti come il cielo d'estate, che aveva attraversato il Muro solo per cercarla. Claris, che era stata trovata ferita al confine da Tamlin e che aveva portato luce e gentilezza in quella corte che sembrava fatta solo di segreti e maledizioni. Feyre ricordava ancora l'ultima volta che l’aveva vista: un sorriso dolce, una parola di incoraggiamento, e poi il vuoto. La ricerca disperata, le lacrime di Tamlin, la certezza, infine, che fosse morta.
«Muoviti, umana,» ringhiò una delle guardie, spintonandola verso la sala del trono.
Feyre alzò lo sguardo e si irrigidì. Amarantha sedeva sul suo trono d'osso, un sorriso crudele dipinto sulle labbra scarlatte. Accanto a lei, seminascosto dalle ombre, Rhysand osservava la scena con la solita maschera di annoiata indifferenza, anche se i suoi occhi viola sembravano bruciare di un fuoco segreto.
Ma non fu la regina a catturare l’attenzione di Feyre. Fu la figura che stava in piedi, immobile come una statua, ai piedi del trono.
Indossava un abito di seta nera, sottile come una ragnatela, che contrastava violentemente con la pelle diafana e i capelli biondi che scendevano come una cascata d'oro sulle spalle. I suoi occhi, una volta celesti e pieni di calore, erano ora freddi, vitrei, attraversati da bagliori di un potere oscuro che non le apparteneva. Le orecchie, un tempo umane e arrotondate, erano ora elegantemente appuntite.
Feyre sentì il fiato mancarle. Il mondo sembrò ruotare su se stesso.
«Claris?» mormorò, la voce ridotta a un soffio spezzato.
La figura non si mosse. Non ci fu alcun segno di riconoscimento, nessuna scintilla di quella gentilezza empatica che l'aveva resa l'anima della Corte di Primavera.
Amarantha scoppiò in una risata cristallina e maligna, accarezzando il braccio della ragazza bionda con le unghie affilate.
«Oh, l'hai riconosciuta, allora. Temevo che il tempo e la... trasformazione l'avessero resa irriconoscibile ai tuoi occhi mortali.»
«Cosa le hai fatto?» gridò Feyre, cercando di scagliarsi in avanti, ma le guardie la trattennero con forza. «Claris! Claris, guardami!»
La ragazza bionda voltò lentamente la testa. Il suo sguardo incontrò quello di Feyre, ma non c’era più Claris Vaelor in quegli occhi. C’era solo un guscio vuoto, un’arma forgiata nel dolore.
«Claris è morta, Feyre Archeron,» disse Amarantha, con voce mielosa. «L'ho trovata che vagava nei miei boschi, mesi fa. Era così fragile, così... umana. L'ho spezzata, l'ho uccisa e poi, con un briciolo della mia generosità, l'ho riportata indietro. Ma non come una povera creatura mortale. L'ho resa una Fae Maggiore. La mia Fae. Il mio bellissimo, letale giocattolo.»
Feyre sentì le lacrime rigarle il volto. «No... no, non è possibile...»
«Claris,» ordinò Amarantha, la voce che vibrava di un comando magico. «Dimostra alla tua vecchia amica quanto sei diventata obbediente.»
Senza un attimo di esitazione, Claris sollevò una mano. Un’energia azzurra e distorta, simile a un fulmine ghiacciato, scaturì dalle sue dita, colpendo una delle guardie che stava troppo vicina. Il Fae cadde a terra urlando, mentre la sua carne iniziava a congelarsi e a frantumarsi. Claris osservò la scena senza battere ciglio, il volto inespressivo.
«Basta così,» intervenne Rhysand, la sua voce profonda che tagliava l’aria come una lama. Si alzò dal suo scranno, avvicinandosi alla regina. «Non sprecare il tuo nuovo strumento per divertire un'umana che non ha più nulla da perdere.»
Amarantha fece un gesto annoiato con la mano e Claris abbassò il braccio, tornando nella sua posizione di assoluta immobilità.
Rhysand passò accanto a Claris e, per un brevissimo istante, le sue dita sfiorarono il polso della ragazza. Fu un tocco quasi invisibile, ma Feyre notò come i muscoli di Claris si rilassassero per un millisecondo, quasi cercassero quel contatto.
Feyre fu trascinata via, riportata nella sua cella, ma la visione di Claris, trasformata e soggiogata, continuava a tormentarla. Non riusciva a smettere di pensare a come fosse potuta accadere una cosa simile. Quella ragazza gentile, che curava gli animali feriti alla Corte di Primavera, era diventata un boia nelle mani di un mostro.
Quella notte, le ombre nella cella di Feyre sembrarono addensarsi.
«Smettila di piangere, Feyre. Il sale delle lacrime non farà altro che attirare i parassiti.»
Rhysand era appoggiato alla parete di pietra, avvolto nell'oscurità. Il suo sguardo era fisso sulla porta, come se si stesse assicurando che nessuno stesse ascoltando.
«Tu sapevi,» sibilò Feyre, alzandosi a fatica. «Sapevi che era qui. Sapevi cosa le stava facendo!»
«Ho fatto quello che potevo,» rispose lui, e per la prima volta Feyre colse una nota di autentica stanchezza nella sua voce. «Quando Amarantha l'ha catturata, era poco più di un cadavere. L'aveva torturata per puro divertimento, solo perché era amica tua e di Tamlin. Mi sono intrufolato nelle sue stanze per settimane. Le portavo cibo, curavo le sue ferite con la mia magia senza che la Regina se ne accorgesse. Mi sono assicurato che non morisse di fame o di infezioni mentre era ancora umana.»
Feyre scosse la testa, confusa. «Perché? Perché aiutarla?»
Rhysand fece un passo avanti, la luce della luna che filtrava dalle grate illuminando i suoi tratti affilati. «Perché Claris Vaelor non meritava quella fine. Perché la sua luce era... fastidiosa, in questo posto di tenebra. Ma Amarantha si è stancata del gioco. Voleva un’arma, qualcuno che potesse usare contro di voi quando fosse arrivato il momento. Non sono riuscito a fermarla quando ha deciso di trasformarla. La magia che ha usato per legarla a sé è vecchia e crudele. Claris è ancora lì dentro, da qualche parte, ma è prigioniera del suo stesso corpo.»
«Dobbiamo salvarla, Rhys. Ti prego.»
Rhysand la guardò con un’espressione indecifrabile. «Pensa a sopravvivere alle tue prove, Feyre. Se libererai Tamlin, libererai questo regno. E forse, solo allora, potremo sperare di spezzare le catene che stringono l'anima di Claris.»
I giorni passarono in un turbine di dolore e prove sovrumane. Ogni volta che Feyre veniva portata nell'arena o davanti al trono, Claris era lì. A volte veniva costretta a torturare i prigionieri, altre volte Amarantha la usava come un piedistallo, costringendola a restare immobile per ore sotto il peso dei suoi piedi.
Feyre cercava disperatamente di incrociare il suo sguardo, di trasmetterle un ricordo, un frammento della loro vita passata.
— Ti ricordi i fiori di melo alla Corte di Primavera? — le sussurrò un giorno, mentre passava accanto a lei durante un cambio della guardia. — Ti ricordi come ridevamo nel giardino di Tamlin?
Claris ebbe un sussulto impercettibile. Le sue dita, lunghe e affinate dalla magia Fae, si contrassero contro il tessuto del suo abito. Per un istante, il ghiaccio nei suoi occhi sembrò incrinarsi, rivelando un abisso di sofferenza pura.
«Zitta, umana,» disse Claris, ma la sua voce non era la sua. Era piatta, monocorde, come se le parole venissero pronunciate da qualcun altro attraverso la sua bocca.
Tuttavia, Feyre vide una singola lacrima scivolare lungo la guancia della sua amica. Una lacrima che Claris asciugò immediatamente, prima che Amarantha potesse accorgersene.
Rhysand, dalla sua posizione accanto alla regina, osservava tutto. Sapeva quanto fosse pericoloso quel legame. Sapeva che Claris era l'arma finale di Amarantha: se Feyre fosse riuscita a superare le prove, la regina avrebbe usato Claris per sferrare il colpo di grazia emotivo.
La notte prima dell'ultima prova, Feyre ricevette una visita inaspettata. Non fu Rhysand a comparire tra le ombre della sua cella, ma una figura alta e snella, avvolta in un mantello scuro.
Quando la figura abbassò il cappuccio, Feyre quasi urlò. Era Claris.
I suoi occhi celesti erano lucidi, e per la prima volta sembravano appartenere a lei e non a un automa.
«Feyre,» disse, e la sua voce era un sussurro rotto, la stessa voce che l'aveva confortata quando era arrivata per la prima volta nel Regno dei Fae.
«Claris! Sei tornata in te?»
Claris scosse la testa freneticamente, premendosi le mani sulle tempie. «Non per molto. Il legame... lei sta dormendo, ma il suo potere mi schiaccia. Mi ha mandata qui per ucciderti, Feyre. Dice che se lo farò, mi renderà libera.»
Feyre indietreggiò, colpita dal terrore, ma Claris cadde in ginocchio, piangendo.
«Non posso farlo. Non posso farti del male di nuovo. Rhysand... lui mi ha protetta. Mi ha tenuta sana di mente quando il dolore era troppo forte. Mi ha detto che tu sei la nostra unica speranza.»
Feyre si inginocchiò accanto a lei, prendendole le mani. Erano gelide, infuse di un potere che Claris non aveva mai chiesto. «Cosa posso fare? Come posso aiutarti?»
«Devi vincere domani,» disse Claris, stringendole le dita con una forza sovrumana. «Non importa cosa mi vedrai fare, non importa quanto sembrerò crudele. Devi colpire Amarantha. Solo la sua morte può spezzare il mio legame. Se fallirai... lei mi userà per uccidere Tamlin davanti ai tuoi occhi.»
Un brivido percorse la schiena di Feyre. La crudeltà di Amarantha non conosceva limiti. Aveva preso la persona più pura che Feyre conoscesse e l'aveva trasformata in uno strumento di morte.
«Ti salverò, Claris. Lo prometto.»
Claris alzò lo sguardo, e per un momento, la bellezza radiosa e l'empatia che l'avevano sempre contraddistinta brillarono attraverso la maschera da Fae. «Sii forte, Feyre Vaelor. Sii la cacciatrice che ho conosciuto nei boschi.»
Improvvisamente, il corpo di Claris si irrigidì. I suoi occhi tornarono vitrei, il calore svanì. Si alzò con movimenti fluidi e innaturali, rimetendosi il cappuccio. Senza dire un'altra parola, uscì dalla cella, lasciando Feyre nell'oscurità, con il cuore che batteva al ritmo di una tamburo di guerra.
Sotto la Montagna, il gioco finale era iniziato. E Feyre sapeva che non stava combattendo solo per il suo amore o per un popolo che non era il suo, ma per l'anima dell'amica che aveva attraversato il mondo per lei, e che ora era prigioniera di un incubo dorato.
Rhysand, nascosto in un angolo del corridoio, guardò Claris tornare verso le stanze della Regina. Sapeva che il rischio che aveva corso permettendole quell'incontro era immenso. Ma mentre osservava la schiena dritta della ragazza bionda, sentì un barlume di speranza.
Amarantha credeva di aver creato un mostro. Non sapeva che, persino nell'oscurità più profonda, la luce di Claris Vaelor stava ancora bruciando, pronta a divampare al momento giusto.
Feyre camminava lungo i corridoi di pietra umida, scortata dalle guardie di Amarantha, con il cuore che le pesava nel petto come un sasso. Ogni passo era una tortura, ogni respiro un promemoria del fallimento che la stava consumando. Era lì per Tamlin, per salvare l’uomo che amava e il suo popolo, ma il prezzo che la regina le stava chiedendo era inimmaginabile.
Tuttavia, c’era un dolore più profondo, una ferita che non si era mai rimarginata da quando, mesi prima, alla Corte di Primavera, Claris era svanita nel nulla.
Claris Vaelor. La sua migliore amica, la ragazza dai lunghi capelli biondo oro e dagli occhi celesti come il cielo d'estate, che aveva attraversato il Muro solo per cercarla. Claris, che era stata trovata ferita al confine da Tamlin e che aveva portato luce e gentilezza in quella corte che sembrava fatta solo di segreti e maledizioni. Feyre ricordava ancora l'ultima volta che l’aveva vista: un sorriso dolce, una parola di incoraggiamento, e poi il vuoto. La ricerca disperata, le lacrime di Tamlin, la certezza, infine, che fosse morta.
«Muoviti, umana,» ringhiò una delle guardie, spintonandola verso la sala del trono.
Feyre alzò lo sguardo e si irrigidì. Amarantha sedeva sul suo trono d'osso, un sorriso crudele dipinto sulle labbra scarlatte. Accanto a lei, seminascosto dalle ombre, Rhysand osservava la scena con la solita maschera di annoiata indifferenza, anche se i suoi occhi viola sembravano bruciare di un fuoco segreto.
Ma non fu la regina a catturare l’attenzione di Feyre. Fu la figura che stava in piedi, immobile come una statua, ai piedi del trono.
Indossava un abito di seta nera, sottile come una ragnatela, che contrastava violentemente con la pelle diafana e i capelli biondi che scendevano come una cascata d'oro sulle spalle. I suoi occhi, una volta celesti e pieni di calore, erano ora freddi, vitrei, attraversati da bagliori di un potere oscuro che non le apparteneva. Le orecchie, un tempo umane e arrotondate, erano ora elegantemente appuntite.
Feyre sentì il fiato mancarle. Il mondo sembrò ruotare su se stesso.
«Claris?» mormorò, la voce ridotta a un soffio spezzato.
La figura non si mosse. Non ci fu alcun segno di riconoscimento, nessuna scintilla di quella gentilezza empatica che l'aveva resa l'anima della Corte di Primavera.
Amarantha scoppiò in una risata cristallina e maligna, accarezzando il braccio della ragazza bionda con le unghie affilate.
«Oh, l'hai riconosciuta, allora. Temevo che il tempo e la... trasformazione l'avessero resa irriconoscibile ai tuoi occhi mortali.»
«Cosa le hai fatto?» gridò Feyre, cercando di scagliarsi in avanti, ma le guardie la trattennero con forza. «Claris! Claris, guardami!»
La ragazza bionda voltò lentamente la testa. Il suo sguardo incontrò quello di Feyre, ma non c’era più Claris Vaelor in quegli occhi. C’era solo un guscio vuoto, un’arma forgiata nel dolore.
«Claris è morta, Feyre Archeron,» disse Amarantha, con voce mielosa. «L'ho trovata che vagava nei miei boschi, mesi fa. Era così fragile, così... umana. L'ho spezzata, l'ho uccisa e poi, con un briciolo della mia generosità, l'ho riportata indietro. Ma non come una povera creatura mortale. L'ho resa una Fae Maggiore. La mia Fae. Il mio bellissimo, letale giocattolo.»
Feyre sentì le lacrime rigarle il volto. «No... no, non è possibile...»
«Claris,» ordinò Amarantha, la voce che vibrava di un comando magico. «Dimostra alla tua vecchia amica quanto sei diventata obbediente.»
Senza un attimo di esitazione, Claris sollevò una mano. Un’energia azzurra e distorta, simile a un fulmine ghiacciato, scaturì dalle sue dita, colpendo una delle guardie che stava troppo vicina. Il Fae cadde a terra urlando, mentre la sua carne iniziava a congelarsi e a frantumarsi. Claris osservò la scena senza battere ciglio, il volto inespressivo.
«Basta così,» intervenne Rhysand, la sua voce profonda che tagliava l’aria come una lama. Si alzò dal suo scranno, avvicinandosi alla regina. «Non sprecare il tuo nuovo strumento per divertire un'umana che non ha più nulla da perdere.»
Amarantha fece un gesto annoiato con la mano e Claris abbassò il braccio, tornando nella sua posizione di assoluta immobilità.
Rhysand passò accanto a Claris e, per un brevissimo istante, le sue dita sfiorarono il polso della ragazza. Fu un tocco quasi invisibile, ma Feyre notò come i muscoli di Claris si rilassassero per un millisecondo, quasi cercassero quel contatto.
Feyre fu trascinata via, riportata nella sua cella, ma la visione di Claris, trasformata e soggiogata, continuava a tormentarla. Non riusciva a smettere di pensare a come fosse potuta accadere una cosa simile. Quella ragazza gentile, che curava gli animali feriti alla Corte di Primavera, era diventata un boia nelle mani di un mostro.
Quella notte, le ombre nella cella di Feyre sembrarono addensarsi.
«Smettila di piangere, Feyre. Il sale delle lacrime non farà altro che attirare i parassiti.»
Rhysand era appoggiato alla parete di pietra, avvolto nell'oscurità. Il suo sguardo era fisso sulla porta, come se si stesse assicurando che nessuno stesse ascoltando.
«Tu sapevi,» sibilò Feyre, alzandosi a fatica. «Sapevi che era qui. Sapevi cosa le stava facendo!»
«Ho fatto quello che potevo,» rispose lui, e per la prima volta Feyre colse una nota di autentica stanchezza nella sua voce. «Quando Amarantha l'ha catturata, era poco più di un cadavere. L'aveva torturata per puro divertimento, solo perché era amica tua e di Tamlin. Mi sono intrufolato nelle sue stanze per settimane. Le portavo cibo, curavo le sue ferite con la mia magia senza che la Regina se ne accorgesse. Mi sono assicurato che non morisse di fame o di infezioni mentre era ancora umana.»
Feyre scosse la testa, confusa. «Perché? Perché aiutarla?»
Rhysand fece un passo avanti, la luce della luna che filtrava dalle grate illuminando i suoi tratti affilati. «Perché Claris Vaelor non meritava quella fine. Perché la sua luce era... fastidiosa, in questo posto di tenebra. Ma Amarantha si è stancata del gioco. Voleva un’arma, qualcuno che potesse usare contro di voi quando fosse arrivato il momento. Non sono riuscito a fermarla quando ha deciso di trasformarla. La magia che ha usato per legarla a sé è vecchia e crudele. Claris è ancora lì dentro, da qualche parte, ma è prigioniera del suo stesso corpo.»
«Dobbiamo salvarla, Rhys. Ti prego.»
Rhysand la guardò con un’espressione indecifrabile. «Pensa a sopravvivere alle tue prove, Feyre. Se libererai Tamlin, libererai questo regno. E forse, solo allora, potremo sperare di spezzare le catene che stringono l'anima di Claris.»
I giorni passarono in un turbine di dolore e prove sovrumane. Ogni volta che Feyre veniva portata nell'arena o davanti al trono, Claris era lì. A volte veniva costretta a torturare i prigionieri, altre volte Amarantha la usava come un piedistallo, costringendola a restare immobile per ore sotto il peso dei suoi piedi.
Feyre cercava disperatamente di incrociare il suo sguardo, di trasmetterle un ricordo, un frammento della loro vita passata.
— Ti ricordi i fiori di melo alla Corte di Primavera? — le sussurrò un giorno, mentre passava accanto a lei durante un cambio della guardia. — Ti ricordi come ridevamo nel giardino di Tamlin?
Claris ebbe un sussulto impercettibile. Le sue dita, lunghe e affinate dalla magia Fae, si contrassero contro il tessuto del suo abito. Per un istante, il ghiaccio nei suoi occhi sembrò incrinarsi, rivelando un abisso di sofferenza pura.
«Zitta, umana,» disse Claris, ma la sua voce non era la sua. Era piatta, monocorde, come se le parole venissero pronunciate da qualcun altro attraverso la sua bocca.
Tuttavia, Feyre vide una singola lacrima scivolare lungo la guancia della sua amica. Una lacrima che Claris asciugò immediatamente, prima che Amarantha potesse accorgersene.
Rhysand, dalla sua posizione accanto alla regina, osservava tutto. Sapeva quanto fosse pericoloso quel legame. Sapeva che Claris era l'arma finale di Amarantha: se Feyre fosse riuscita a superare le prove, la regina avrebbe usato Claris per sferrare il colpo di grazia emotivo.
La notte prima dell'ultima prova, Feyre ricevette una visita inaspettata. Non fu Rhysand a comparire tra le ombre della sua cella, ma una figura alta e snella, avvolta in un mantello scuro.
Quando la figura abbassò il cappuccio, Feyre quasi urlò. Era Claris.
I suoi occhi celesti erano lucidi, e per la prima volta sembravano appartenere a lei e non a un automa.
«Feyre,» disse, e la sua voce era un sussurro rotto, la stessa voce che l'aveva confortata quando era arrivata per la prima volta nel Regno dei Fae.
«Claris! Sei tornata in te?»
Claris scosse la testa freneticamente, premendosi le mani sulle tempie. «Non per molto. Il legame... lei sta dormendo, ma il suo potere mi schiaccia. Mi ha mandata qui per ucciderti, Feyre. Dice che se lo farò, mi renderà libera.»
Feyre indietreggiò, colpita dal terrore, ma Claris cadde in ginocchio, piangendo.
«Non posso farlo. Non posso farti del male di nuovo. Rhysand... lui mi ha protetta. Mi ha tenuta sana di mente quando il dolore era troppo forte. Mi ha detto che tu sei la nostra unica speranza.»
Feyre si inginocchiò accanto a lei, prendendole le mani. Erano gelide, infuse di un potere che Claris non aveva mai chiesto. «Cosa posso fare? Come posso aiutarti?»
«Devi vincere domani,» disse Claris, stringendole le dita con una forza sovrumana. «Non importa cosa mi vedrai fare, non importa quanto sembrerò crudele. Devi colpire Amarantha. Solo la sua morte può spezzare il mio legame. Se fallirai... lei mi userà per uccidere Tamlin davanti ai tuoi occhi.»
Un brivido percorse la schiena di Feyre. La crudeltà di Amarantha non conosceva limiti. Aveva preso la persona più pura che Feyre conoscesse e l'aveva trasformata in uno strumento di morte.
«Ti salverò, Claris. Lo prometto.»
Claris alzò lo sguardo, e per un momento, la bellezza radiosa e l'empatia che l'avevano sempre contraddistinta brillarono attraverso la maschera da Fae. «Sii forte, Feyre Vaelor. Sii la cacciatrice che ho conosciuto nei boschi.»
Improvvisamente, il corpo di Claris si irrigidì. I suoi occhi tornarono vitrei, il calore svanì. Si alzò con movimenti fluidi e innaturali, rimetendosi il cappuccio. Senza dire un'altra parola, uscì dalla cella, lasciando Feyre nell'oscurità, con il cuore che batteva al ritmo di una tamburo di guerra.
Sotto la Montagna, il gioco finale era iniziato. E Feyre sapeva che non stava combattendo solo per il suo amore o per un popolo che non era il suo, ma per l'anima dell'amica che aveva attraversato il mondo per lei, e che ora era prigioniera di un incubo dorato.
Rhysand, nascosto in un angolo del corridoio, guardò Claris tornare verso le stanze della Regina. Sapeva che il rischio che aveva corso permettendole quell'incontro era immenso. Ma mentre osservava la schiena dritta della ragazza bionda, sentì un barlume di speranza.
Amarantha credeva di aver creato un mostro. Non sapeva che, persino nell'oscurità più profonda, la luce di Claris Vaelor stava ancora bruciando, pronta a divampare al momento giusto.
