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commanders
Fandom: thr 100
Created: 5/10/2026
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Science FictionPost-ApocalypticDystopiaDramaAngstSurvivalActionCharacter StudyDivergenceRomanceCanon SettingExplicit LanguageHurt/ComfortGraphic Violence
Il Peso del Sangue e del Silenzio
Il freddo di Polis non era come quello dello spazio. Sull’Arca, il gelo era asettico, un malfunzionamento dei sistemi di aerazione che sapeva di metallo e morte imminente. Qui, tra le mura di pietra della capitale dei Terrestri, il freddo aveva l’odore di terra umida, di fumo di legna e di un’attesa ancestrale che sembrava voler consumare le ossa.
Rebekah Kane sedeva sul bordo del letto, le mani intrecciate così strettamente che le nocche erano diventate bianche. I suoi lunghi capelli biondi, un tempo curati con l’attenzione che la sua posizione sull’Arca richiedeva, cadevano ora in onde disordinate sulle spalle, sporchi della polvere del viaggio che l’aveva condotta lì come un trofeo di guerra. O meglio, come un’offerta sacrificale.
Suo padre, Marcus, aveva cercato di negoziare. Aveva visto il dolore nei suoi occhi quando le guardie di Lexa l’avevano trascinata via, accusata di aver sterminato un’intera unità di guerrieri Trikru durante uno scontro per il territorio. Rebekah sapeva la verità: era stata una trappola, un malinteso nato dalla paura e dalla tecnologia superiore del Popolo del Cielo, ma per la Comandante dei Dodici Clan, il sangue chiamava sangue. *Jus drein jus daun*.
Eppure, Lexa non l’aveva giustiziata. Non ancora.
La stanza in cui Rebekah era rinchiusa era ampia, decorata con arazzi pesanti che narravano storie di battaglie e tradizioni che lei faceva fatica a comprendere. Era una prigione dorata, un privilegio concesso solo perché Heda vedeva in lei una risorsa, un ponte per decifrare la mente degli Skaikru e, forse, un modo per piegare Marcus Kane al proprio volere.
Un rumore di passi pesanti e cadenzati risuonò nel corridoio esterno. Rebekah si alzò istintivamente, raddrizzando la schiena. Non voleva mostrare debolezza. Non poteva permetterselo, non quando il pensiero di Bellamy Blake era l’unica cosa che la teneva ancora lucida.
Dalle ultime notizie frammentarie ricevute da Clarke e Octavia, Bellamy era all’interno di Mount Weather. La Montagna. Un luogo che persino i Terrestri temevano come l’inferno. Non avere sue notizie era un tormento silenzioso che le scavava il petto. Ogni volta che chiudeva gli occhi, vedeva il suo sorriso sghembo e sentiva la pressione della sua mano sulla propria, quella promessa silenziosa di un futuro che ora sembrava un miraggio lontano.
La porta si spalancò con un rimbombo sordo. Lexa entrò nella stanza, seguita da due guardie che rimasero sulla soglia. La Comandante indossava la sua armatura di cuoio scuro, il trucco nero intorno agli occhi la rendeva simile a un predatore notturno. La sua espressione era una maschera di ghiaccio, priva di qualsiasi traccia di empatia.
— Ti ho portata qui per ascoltare, Rebekah del Popolo del Cielo — esordì Lexa, la voce ferma e priva di inflessioni. — Ma sembra che il tuo popolo preferisca morire piuttosto che essere utile.
Rebekah fece un passo avanti, cercando di sostenere lo sguardo della donna che teneva il destino della sua gente tra le dita. — Mio padre vuole la pace, Lexa. E io sono qui per dimostrarti che possiamo collaborare. Ma come posso aiutarti se mi tieni chiusa tra queste mura come un animale in gabbia?
Lexa si avvicinò, riducendo la distanza tra loro. L’aura di potere che emanava era quasi soffocante. — Sei qui perché il sangue dei miei uomini macchia le tue mani. Sei qui perché sei un pegno. E sarai utile solo quando capirai che la tua vita non ha valore se non serve alla causa della Coalizione.
— La causa della Coalizione è distruggere Mount Weather, giusto? — ribatté Rebekah, cercando di mantenere la voce ferma nonostante il cuore le battesse all’impazzata. — Ho sentito i tuoi consiglieri discutere nel corridoio. So che i vostri attacchi stanno fallendo. So che i Mietitori stanno aumentando di numero. Avete bisogno di noi. Avete bisogno della nostra tecnologia e della nostra conoscenza della Montagna.
Lexa inarcò un sopracciglio, un gesto quasi impercettibile. — Ascolti dietro le porte. Un comportamento poco dignitoso per la figlia di un leader.
— Ascolto perché è l’unico modo per sopravvivere — rispose Rebekah con una scintilla di sfida negli occhi marroni. — E perché so che lì dentro c’è qualcuno che non posso permettermi di perdere. Se non collaboriamo subito, non resterà nessuno da salvare. Né dei miei, né dei tuoi.
La Comandante si voltò di profilo, osservando un arazzo sulla parete opposta. — L’amore è debolezza, Rebekah. Te l’hanno insegnato sull’Arca o siete stati troppo occupati a guardare le stelle per capire come funziona il mondo quaggiù?
— L’amore non è debolezza. È ciò che ci spinge a combattere quando tutto sembra perduto — disse Rebekah, facendo un altro passo verso di lei. — Tu lo chiami dovere, io lo chiamo lealtà. Ma il risultato è lo stesso. Entrambe vogliamo vedere la fine degli Uomini della Montagna.
Lexa si voltò bruscamente, afferrando Rebekah per la mascella con una rapidità felina. La presa era ferrea, dolorosa. — Non osare paragonare i tuoi sentimenti meschini al mio peso come Heda. Io porto il fardello di centinaia di generazioni. Tu porti solo il desiderio di un ragazzo che probabilmente è già cenere.
Rebekah sussultò al contatto, ma non distolse lo sguardo. Il dolore fisico era nulla in confronto al terrore che le parole di Lexa le incutevano. — Bellamy non è cenere. È più forte di quanto tu possa immaginare. E se mi permetterai di aiutarti, ti mostrerò come possiamo entrare in quella montagna senza sacrificare altri cento dei tuoi uomini.
Lexa la fissò a lungo, scrutando la sua anima attraverso gli occhi. Sembrava cercare una crepa, un segno di inganno. Poi, con un gesto brusco, la rilasciò.
— Domani all’alba verrai portata nella sala del consiglio — disse Lexa, riprendendo il suo tono distaccato. — Spiegherai ai miei generali come funzionano le comunicazioni degli Uomini della Montagna. Se mentirai, o se il tuo piano fallirà, non ci saranno più stanze confortevoli per te. Ci sarà solo la lama.
— Accetto — rispose Rebekah, massaggiandosi la mascella. — Ma voglio garanzie. Voglio sapere cosa dicono i rapporti di Clarke. Voglio sapere se c’è stato un contatto radio con l’interno.
Lexa si diresse verso la porta, fermandosi un istante prima di uscire. — Clarke Griffin è una guerriera. Tu sei ancora solo una ragazza che spera nei miracoli. Impara in fretta la differenza, Skaikru. Il tempo dei miracoli è finito quando siete caduti dal cielo.
La porta si chiuse e il chiavistello scattò con un suono definitivo. Rebekah rimase sola nel silenzio opprimente della stanza. Si lasciò scivolare a terra, premendo la schiena contro il legno freddo della porta.
Le lacrime minacciavano di uscire, ma le ricacciò indietro. Non poteva permettersi di crollare. Doveva pensare. Doveva ricordare ogni dettaglio tecnico che aveva studiato sull’Arca, ogni schema elettrico, ogni frequenza radio. Se voleva salvare Bellamy, se voleva salvare se stessa, doveva diventare lo strumento di cui Lexa aveva bisogno, pur mantenendo intatta la propria umanità.
Il pensiero di Bellamy tornò a tormentarla. Poteva quasi sentire l’odore della sua giacca di pelle, il calore della sua voce quando la chiamava per nome. "Tornerò da te, Bekah," le aveva detto prima che tutto andasse a rotoli.
— Devi essere vivo — sussurrò nell’oscurità della stanza. — Ti prego, resta vivo.
Le ore passarono lente. Dalla finestra alta e stretta, Rebekah osservava il movimento di Polis sottostante. Torce che bruciavano nella notte, grida di guerrieri che si addestravano, il suono costante dei tamburi. Era un mondo violento, retto da leggi di sangue, e lei ne era diventata prigioniera.
Ma mentre osservava quella città aliena, Rebekah iniziò a notare qualcosa. Non era solo violenza. C’era una struttura, una disciplina feroce ma necessaria. Lexa non era solo un tiranno; era un pilastro che teneva insieme un popolo che altrimenti si sarebbe sbranato da solo. C’era una solitudine terribile nel modo in cui la Comandante camminava, nel modo in cui le sue guardie la guardavano con una devozione che rasentava il terrore.
Rebekah capì che la sua battaglia non sarebbe stata solo contro gli Uomini della Montagna, ma contro il cuore di ghiaccio di Lexa. Doveva trovare una crepa in quella corazza, non per compassione, ma per necessità. Se voleva che il Popolo del Cielo sopravvivesse, doveva far capire a Lexa che la forza non risiedeva solo nella spada, ma anche nella fiducia.
Il mattino seguente, l’aria era ancora più pungente. Due guardie vennero a prenderla, facendola sfilare attraverso i corridoi del tempio fino a una vasta sala circolare. Al centro, un grande tavolo di pietra era coperto di mappe e simboli. Lexa era lì, circondata dai suoi consiglieri più fidati, tra cui un uomo imponente di nome Indra, che guardò Rebekah con un disprezzo non troppo velato.
— La prigioniera è qui — annunciò Indra, la mano sull’elsa della spada. — Perché perdiamo tempo con lei, Heda? Dovremmo usarla come esca.
Lexa non alzò lo sguardo dalla mappa. — Parla, Rebekah. Dimmi come la tua gente intende disattivare la nebbia acida.
Rebekah si avvicinò al tavolo, sentendo gli occhi di tutti i presenti puntati addosso come punte di freccia. Prese un respiro profondo e indicò un punto specifico sulla mappa, dove sorgeva la Montagna.
— La nebbia non è naturale — spiegò, cercando di rendere la voce il più professionale possibile. — È un’arma chimica prodotta da un generatore all’interno del complesso. Per disattivarla, non serve un attacco frontale. Serve qualcuno all’interno che possa manomettere i condotti di distribuzione.
— Abbiamo già degli uomini all’interno — ringhiò Indra. — Ma sono chiusi nelle gabbie, usati come bestiame per il loro sangue.
— Ma voi non avete un tecnico — ribatté Rebekah, guardando Lexa dritto negli occhi. — Avete Bellamy Blake. Se riusciamo a metterci in contatto con lui, lui può fare quello che i vostri guerrieri non possono. Può distruggere il sistema dall’interno.
Un mormorio di scetticismo si diffuse tra i consiglieri. Lexa finalmente alzò lo sguardo. Il suo volto era impassibile, ma Rebekah colse un lampo di interesse.
— E come pensi di contattarlo? — chiese la Comandante. — Il segnale non attraversa le pareti di pietra della Montagna.
— Usando le vostre torri di segnalazione — rispose Rebekah. — Se mi permetterete di modificarle con dei pezzi che posso recuperare dai resti della nostra navicella, posso creare un amplificatore di segnale. Una frequenza che la Montagna non può schermare.
Lexa si avvicinò a lei, il mantello che frusciava sul pavimento di pietra. — Mi stai chiedendo di darti accesso alla tecnologia e di lasciarti uscire da queste mura.
— Ti sto chiedendo di darmi una possibilità per vincere questa guerra — corresse Rebekah. — Se non lo facciamo, i tuoi guerrieri continueranno a morire sotto la nebbia e la mia gente verrà prosciugata fino all’ultima goccia di sangue.
Il silenzio che seguì fu teso, quasi elettrico. Lexa sembrava soppesare ogni singola parola. Il destino di centinaia di vite pendeva da un filo invisibile teso tra queste due donne, così diverse eppure, in quel momento, così tragicamente legate.
— Indra — disse infine Lexa, senza distogliere lo sguardo da Rebekah. — Prepara una scorta. Porterete la ragazza alla navicella caduta. Avrà quattro ore per trovare ciò che le serve. Se cercherà di fuggire, uccidetela. Se fallirà nel suo compito, uccidetela.
Indra chinò il capo, seppur riluttante. — Come desiderate, Heda.
Lexa fece un passo ancora più vicino a Rebekah, tanto che quest’ultima poteva sentire il calore del suo respiro. — Non deludermi, Rebekah Kane. Ho sacrificato molto per darti questa possibilità. Non farmene pentire.
Rebekah annuì, sentendo un misto di sollievo e terrore. La partita era iniziata. Era uscita dalla sua cella, ma il mondo esterno era diventato una prigione ancora più vasta e pericolosa.
Mentre veniva condotta fuori dalla sala, Rebekah guardò un’ultima volta verso Lexa. La Comandante era già tornata a studiare le mappe, sola nel suo comando, una figura di potere e isolamento assoluto. Rebekah capì in quel momento che Lexa non la odiava. Semplicemente, non si fidava di nulla che non potesse controllare o distruggere.
"Ti dimostrerò che ti sbagli," pensò Rebekah, mentre le guardie la spingevano verso l’uscita. "Ti dimostrerò che insieme siamo più forti di quanto tu possa mai essere da sola."
Ma nel profondo del suo cuore, una domanda continuava a risuonare, incessante e dolorosa: Bellamy sarebbe stato ancora lì ad aspettarla, o stava combattendo una battaglia che non poteva vincere?
Il viaggio verso i resti della navicella sarebbe stato lungo e pieno di insidie, ma per la prima volta da quando era arrivata a Polis, Rebekah sentiva di avere uno scopo. Non era più solo una pedina. Era diventata una giocatrice. E in quel gioco brutale che era la sopravvivenza sulla Terra, avrebbe fatto di tutto per non perdere l’unica cosa che le era rimasta: la speranza.
Rebekah Kane sedeva sul bordo del letto, le mani intrecciate così strettamente che le nocche erano diventate bianche. I suoi lunghi capelli biondi, un tempo curati con l’attenzione che la sua posizione sull’Arca richiedeva, cadevano ora in onde disordinate sulle spalle, sporchi della polvere del viaggio che l’aveva condotta lì come un trofeo di guerra. O meglio, come un’offerta sacrificale.
Suo padre, Marcus, aveva cercato di negoziare. Aveva visto il dolore nei suoi occhi quando le guardie di Lexa l’avevano trascinata via, accusata di aver sterminato un’intera unità di guerrieri Trikru durante uno scontro per il territorio. Rebekah sapeva la verità: era stata una trappola, un malinteso nato dalla paura e dalla tecnologia superiore del Popolo del Cielo, ma per la Comandante dei Dodici Clan, il sangue chiamava sangue. *Jus drein jus daun*.
Eppure, Lexa non l’aveva giustiziata. Non ancora.
La stanza in cui Rebekah era rinchiusa era ampia, decorata con arazzi pesanti che narravano storie di battaglie e tradizioni che lei faceva fatica a comprendere. Era una prigione dorata, un privilegio concesso solo perché Heda vedeva in lei una risorsa, un ponte per decifrare la mente degli Skaikru e, forse, un modo per piegare Marcus Kane al proprio volere.
Un rumore di passi pesanti e cadenzati risuonò nel corridoio esterno. Rebekah si alzò istintivamente, raddrizzando la schiena. Non voleva mostrare debolezza. Non poteva permetterselo, non quando il pensiero di Bellamy Blake era l’unica cosa che la teneva ancora lucida.
Dalle ultime notizie frammentarie ricevute da Clarke e Octavia, Bellamy era all’interno di Mount Weather. La Montagna. Un luogo che persino i Terrestri temevano come l’inferno. Non avere sue notizie era un tormento silenzioso che le scavava il petto. Ogni volta che chiudeva gli occhi, vedeva il suo sorriso sghembo e sentiva la pressione della sua mano sulla propria, quella promessa silenziosa di un futuro che ora sembrava un miraggio lontano.
La porta si spalancò con un rimbombo sordo. Lexa entrò nella stanza, seguita da due guardie che rimasero sulla soglia. La Comandante indossava la sua armatura di cuoio scuro, il trucco nero intorno agli occhi la rendeva simile a un predatore notturno. La sua espressione era una maschera di ghiaccio, priva di qualsiasi traccia di empatia.
— Ti ho portata qui per ascoltare, Rebekah del Popolo del Cielo — esordì Lexa, la voce ferma e priva di inflessioni. — Ma sembra che il tuo popolo preferisca morire piuttosto che essere utile.
Rebekah fece un passo avanti, cercando di sostenere lo sguardo della donna che teneva il destino della sua gente tra le dita. — Mio padre vuole la pace, Lexa. E io sono qui per dimostrarti che possiamo collaborare. Ma come posso aiutarti se mi tieni chiusa tra queste mura come un animale in gabbia?
Lexa si avvicinò, riducendo la distanza tra loro. L’aura di potere che emanava era quasi soffocante. — Sei qui perché il sangue dei miei uomini macchia le tue mani. Sei qui perché sei un pegno. E sarai utile solo quando capirai che la tua vita non ha valore se non serve alla causa della Coalizione.
— La causa della Coalizione è distruggere Mount Weather, giusto? — ribatté Rebekah, cercando di mantenere la voce ferma nonostante il cuore le battesse all’impazzata. — Ho sentito i tuoi consiglieri discutere nel corridoio. So che i vostri attacchi stanno fallendo. So che i Mietitori stanno aumentando di numero. Avete bisogno di noi. Avete bisogno della nostra tecnologia e della nostra conoscenza della Montagna.
Lexa inarcò un sopracciglio, un gesto quasi impercettibile. — Ascolti dietro le porte. Un comportamento poco dignitoso per la figlia di un leader.
— Ascolto perché è l’unico modo per sopravvivere — rispose Rebekah con una scintilla di sfida negli occhi marroni. — E perché so che lì dentro c’è qualcuno che non posso permettermi di perdere. Se non collaboriamo subito, non resterà nessuno da salvare. Né dei miei, né dei tuoi.
La Comandante si voltò di profilo, osservando un arazzo sulla parete opposta. — L’amore è debolezza, Rebekah. Te l’hanno insegnato sull’Arca o siete stati troppo occupati a guardare le stelle per capire come funziona il mondo quaggiù?
— L’amore non è debolezza. È ciò che ci spinge a combattere quando tutto sembra perduto — disse Rebekah, facendo un altro passo verso di lei. — Tu lo chiami dovere, io lo chiamo lealtà. Ma il risultato è lo stesso. Entrambe vogliamo vedere la fine degli Uomini della Montagna.
Lexa si voltò bruscamente, afferrando Rebekah per la mascella con una rapidità felina. La presa era ferrea, dolorosa. — Non osare paragonare i tuoi sentimenti meschini al mio peso come Heda. Io porto il fardello di centinaia di generazioni. Tu porti solo il desiderio di un ragazzo che probabilmente è già cenere.
Rebekah sussultò al contatto, ma non distolse lo sguardo. Il dolore fisico era nulla in confronto al terrore che le parole di Lexa le incutevano. — Bellamy non è cenere. È più forte di quanto tu possa immaginare. E se mi permetterai di aiutarti, ti mostrerò come possiamo entrare in quella montagna senza sacrificare altri cento dei tuoi uomini.
Lexa la fissò a lungo, scrutando la sua anima attraverso gli occhi. Sembrava cercare una crepa, un segno di inganno. Poi, con un gesto brusco, la rilasciò.
— Domani all’alba verrai portata nella sala del consiglio — disse Lexa, riprendendo il suo tono distaccato. — Spiegherai ai miei generali come funzionano le comunicazioni degli Uomini della Montagna. Se mentirai, o se il tuo piano fallirà, non ci saranno più stanze confortevoli per te. Ci sarà solo la lama.
— Accetto — rispose Rebekah, massaggiandosi la mascella. — Ma voglio garanzie. Voglio sapere cosa dicono i rapporti di Clarke. Voglio sapere se c’è stato un contatto radio con l’interno.
Lexa si diresse verso la porta, fermandosi un istante prima di uscire. — Clarke Griffin è una guerriera. Tu sei ancora solo una ragazza che spera nei miracoli. Impara in fretta la differenza, Skaikru. Il tempo dei miracoli è finito quando siete caduti dal cielo.
La porta si chiuse e il chiavistello scattò con un suono definitivo. Rebekah rimase sola nel silenzio opprimente della stanza. Si lasciò scivolare a terra, premendo la schiena contro il legno freddo della porta.
Le lacrime minacciavano di uscire, ma le ricacciò indietro. Non poteva permettersi di crollare. Doveva pensare. Doveva ricordare ogni dettaglio tecnico che aveva studiato sull’Arca, ogni schema elettrico, ogni frequenza radio. Se voleva salvare Bellamy, se voleva salvare se stessa, doveva diventare lo strumento di cui Lexa aveva bisogno, pur mantenendo intatta la propria umanità.
Il pensiero di Bellamy tornò a tormentarla. Poteva quasi sentire l’odore della sua giacca di pelle, il calore della sua voce quando la chiamava per nome. "Tornerò da te, Bekah," le aveva detto prima che tutto andasse a rotoli.
— Devi essere vivo — sussurrò nell’oscurità della stanza. — Ti prego, resta vivo.
Le ore passarono lente. Dalla finestra alta e stretta, Rebekah osservava il movimento di Polis sottostante. Torce che bruciavano nella notte, grida di guerrieri che si addestravano, il suono costante dei tamburi. Era un mondo violento, retto da leggi di sangue, e lei ne era diventata prigioniera.
Ma mentre osservava quella città aliena, Rebekah iniziò a notare qualcosa. Non era solo violenza. C’era una struttura, una disciplina feroce ma necessaria. Lexa non era solo un tiranno; era un pilastro che teneva insieme un popolo che altrimenti si sarebbe sbranato da solo. C’era una solitudine terribile nel modo in cui la Comandante camminava, nel modo in cui le sue guardie la guardavano con una devozione che rasentava il terrore.
Rebekah capì che la sua battaglia non sarebbe stata solo contro gli Uomini della Montagna, ma contro il cuore di ghiaccio di Lexa. Doveva trovare una crepa in quella corazza, non per compassione, ma per necessità. Se voleva che il Popolo del Cielo sopravvivesse, doveva far capire a Lexa che la forza non risiedeva solo nella spada, ma anche nella fiducia.
Il mattino seguente, l’aria era ancora più pungente. Due guardie vennero a prenderla, facendola sfilare attraverso i corridoi del tempio fino a una vasta sala circolare. Al centro, un grande tavolo di pietra era coperto di mappe e simboli. Lexa era lì, circondata dai suoi consiglieri più fidati, tra cui un uomo imponente di nome Indra, che guardò Rebekah con un disprezzo non troppo velato.
— La prigioniera è qui — annunciò Indra, la mano sull’elsa della spada. — Perché perdiamo tempo con lei, Heda? Dovremmo usarla come esca.
Lexa non alzò lo sguardo dalla mappa. — Parla, Rebekah. Dimmi come la tua gente intende disattivare la nebbia acida.
Rebekah si avvicinò al tavolo, sentendo gli occhi di tutti i presenti puntati addosso come punte di freccia. Prese un respiro profondo e indicò un punto specifico sulla mappa, dove sorgeva la Montagna.
— La nebbia non è naturale — spiegò, cercando di rendere la voce il più professionale possibile. — È un’arma chimica prodotta da un generatore all’interno del complesso. Per disattivarla, non serve un attacco frontale. Serve qualcuno all’interno che possa manomettere i condotti di distribuzione.
— Abbiamo già degli uomini all’interno — ringhiò Indra. — Ma sono chiusi nelle gabbie, usati come bestiame per il loro sangue.
— Ma voi non avete un tecnico — ribatté Rebekah, guardando Lexa dritto negli occhi. — Avete Bellamy Blake. Se riusciamo a metterci in contatto con lui, lui può fare quello che i vostri guerrieri non possono. Può distruggere il sistema dall’interno.
Un mormorio di scetticismo si diffuse tra i consiglieri. Lexa finalmente alzò lo sguardo. Il suo volto era impassibile, ma Rebekah colse un lampo di interesse.
— E come pensi di contattarlo? — chiese la Comandante. — Il segnale non attraversa le pareti di pietra della Montagna.
— Usando le vostre torri di segnalazione — rispose Rebekah. — Se mi permetterete di modificarle con dei pezzi che posso recuperare dai resti della nostra navicella, posso creare un amplificatore di segnale. Una frequenza che la Montagna non può schermare.
Lexa si avvicinò a lei, il mantello che frusciava sul pavimento di pietra. — Mi stai chiedendo di darti accesso alla tecnologia e di lasciarti uscire da queste mura.
— Ti sto chiedendo di darmi una possibilità per vincere questa guerra — corresse Rebekah. — Se non lo facciamo, i tuoi guerrieri continueranno a morire sotto la nebbia e la mia gente verrà prosciugata fino all’ultima goccia di sangue.
Il silenzio che seguì fu teso, quasi elettrico. Lexa sembrava soppesare ogni singola parola. Il destino di centinaia di vite pendeva da un filo invisibile teso tra queste due donne, così diverse eppure, in quel momento, così tragicamente legate.
— Indra — disse infine Lexa, senza distogliere lo sguardo da Rebekah. — Prepara una scorta. Porterete la ragazza alla navicella caduta. Avrà quattro ore per trovare ciò che le serve. Se cercherà di fuggire, uccidetela. Se fallirà nel suo compito, uccidetela.
Indra chinò il capo, seppur riluttante. — Come desiderate, Heda.
Lexa fece un passo ancora più vicino a Rebekah, tanto che quest’ultima poteva sentire il calore del suo respiro. — Non deludermi, Rebekah Kane. Ho sacrificato molto per darti questa possibilità. Non farmene pentire.
Rebekah annuì, sentendo un misto di sollievo e terrore. La partita era iniziata. Era uscita dalla sua cella, ma il mondo esterno era diventato una prigione ancora più vasta e pericolosa.
Mentre veniva condotta fuori dalla sala, Rebekah guardò un’ultima volta verso Lexa. La Comandante era già tornata a studiare le mappe, sola nel suo comando, una figura di potere e isolamento assoluto. Rebekah capì in quel momento che Lexa non la odiava. Semplicemente, non si fidava di nulla che non potesse controllare o distruggere.
"Ti dimostrerò che ti sbagli," pensò Rebekah, mentre le guardie la spingevano verso l’uscita. "Ti dimostrerò che insieme siamo più forti di quanto tu possa mai essere da sola."
Ma nel profondo del suo cuore, una domanda continuava a risuonare, incessante e dolorosa: Bellamy sarebbe stato ancora lì ad aspettarla, o stava combattendo una battaglia che non poteva vincere?
Il viaggio verso i resti della navicella sarebbe stato lungo e pieno di insidie, ma per la prima volta da quando era arrivata a Polis, Rebekah sentiva di avere uno scopo. Non era più solo una pedina. Era diventata una giocatrice. E in quel gioco brutale che era la sopravvivenza sulla Terra, avrebbe fatto di tutto per non perdere l’unica cosa che le era rimasta: la speranza.
