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what’s behind the stars
Fandom: acotar
Created: 5/17/2026
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FantasyDramaHurt/ComfortCharacter StudySlice of LifeCanon SettingAngstHumorDivergencePsychologicalRomanceAlcohol AbuseJealousySoulmatesDarkFix-itCurtainfic / Domestic StoryGraphic Violence
Sinfonia di Sogni e Cicatrici
Le pareti della Corte della Primavera profumavano di rose e decadenza. Per Rebekah Vaelor, quell’odore era diventato soffocante, un sudario floreale che le riempiva i polmoni fino a impedirle di respirare. Ogni volta che chiudeva gli occhi, sentiva il freddo della pietra Sotto la Montagna, il sapore del sangue di Amarantha e il peso del corpo di Rhysand contro il proprio mentre cercavano, in un silenzio disperato, di farsi scudo a vicenda contro l’orrore.
Ora era una Fae Maggiore. I suoi lunghi capelli dorati, un tempo simbolo della sua vitalità mortale, brillavano di una luce quasi soprannaturale, e i suoi occhi celesti sembravano aver catturato un frammento di cielo proibito. Ma dentro, Rebekah stava bruciando. Il potere che le scorreva nelle vene non era un dono; era un parassita che graffiava per uscire, un’energia grezza e selvaggia che Tamlin insisteva a voler ignorare, preferendo tenerla rinchiusa in una stanza piena di sete e profumi.
Feyre, nella stanza accanto, non stava meglio. Rebekah sentiva il tormento della sua amica attraverso le pareti, un’eco del proprio dolore. Tamlin le stava proteggendo, diceva lui. Ma la protezione somigliava troppo a una prigione.
Quando l’aria nella stanza si fece gelida e il profumo di gelsomino e stelle soffocò quello delle rose, Rebekah seppe che era arrivato.
Rhysand.
Non provò paura. Provò un sollievo così acuto da farle tremare le ginocchia. Lui era l’unico che conosceva la verità. Sotto la Montagna, erano stati entrambi ridotti a oggetti, pedine nel gioco perverso di una regina folle. Rhys l’aveva guardata nei momenti più bui, le aveva sussurrato parole d’odio verso i loro carcerieri che erano state l’unico nutrimento per la sua anima.
— È ora, Feyre. E anche per te, Rebekah — la voce di Rhysand era velluto e oscurità.
Tamlin ringhiò, un suono bestiale che fece vibrare i mobili, ma Rebekah non lo guardò nemmeno. Si alzò, le dita che scintillavano di una luce instabile, e si diresse verso il signore della Corte della Notte.
— Portaci via — sussurrò Rebekah, la voce incrinata ma decisa. — Prima che io dia fuoco a questo posto.
Il viaggio attraverso l’oscurità fu un battito di ciglia. Quando Rebekah riaprì gli occhi, l’aria non era più pesante. Era fresca, frizzante, carica di salsedine e magia antica.
Si trovavano su un balcone che si affacciava su una città che sembrava fatta di polvere di stelle e desideri. Velaris.
— Benvenute a casa — disse Rhysand, ma il suo sguardo indugiò su Rebekah. C’era una preoccupazione autentica nei suoi occhi viola. — Sei pallida, Rebekah. Il potere ti sta consumando.
— Sto bene, Rhys — rispose lei, cercando di sorridere, ma il gesto morì sulle sue labbra. La sua solita allegria, quella luce che la rendeva il centro di ogni stanza, era offuscata da una nebbia di stanchezza.
— Non mentire a me. Non dopo quello che abbiamo passato — ribatté lui, facendosi avanti per sorreggerla.
Fu in quel momento che una figura emerse dalle ombre del corridoio. Era una donna, e Rebekah sentì il fiato mancarle per un motivo completamente diverso. Era bellissima, con capelli di un biondo dorato simile ai suoi e un abito rosso che sembrava dipinto sul suo corpo. Ma non era la bellezza a colpire Rebekah; era l’aura di sfida, l’asprezza che emanava come calore da un incendio.
— Quindi queste sono le tue nuove protette, Rhys? — la voce della donna era tagliente, carica di un sarcasmo che fece rizzare i peli sulle braccia di Rebekah. — Una umana spezzata e una biondina che sembra stia per svenire sul mio tappeto preferito.
Rebekah raddrizzò la schiena, l’arroganza che a volte usava come scudo che tornava a galla.
— Il tuo tappeto sopravviverà, te lo assicuro — replicò Rebekah, incrociando lo sguardo della straniera. — E io non sono sul punto di svenire. Sto solo valutando se l’accoglienza in questa corte sia sempre così scadente o se oggi sono particolarmente sfortunata.
Rhysand ridacchiò, un suono basso e roco.
— Morrigan, sii gentile. Rebekah ha passato più tempo di chiunque altro nelle grinfie di Amarantha.
Morrigan — Mor — fece un passo avanti, scrutando Rebekah con occhi che avevano visto troppi secoli e troppo dolore.
— La gentilezza è una virtù per chi non ha nulla da difendere — rispose Mor, fermandosi a pochi centimetri da lei. — E tu, Rebekah Vaelor, sembri il tipo di persona che attira solo guai.
— E tu sembri il tipo di persona che pensa di essere l’unica a poterli gestire — ribatté Rebekah, senza arretrare di un millimetro.
L’aria tra le due divenne elettrica. Erano specchi l’una dell’altra: entrambe bionde, entrambe fiere, entrambe segnate da un passato che avrebbe distrutto chiunque altro. Ma dove Mor era diventata asprezza e difesa, Rebekah cercava ancora di aggrapparsi alla sua empatia, nonostante il potere la stesse lacerando.
— Mi piaci già poco — disse Mor con un sorriso che non arrivava agli occhi.
— Il sentimento è reciproco — rispose Rebekah con un inchino beffardo.
Rhysand sospirò, scambiando un’occhiata con Feyre, che osservava la scena in silenzio, ancora scossa dal viaggio.
— Mor, accompagnale nelle loro stanze. Rebekah ha bisogno di riposo e di qualcuno che sappia come contenere un’esplosione di potere solare prima che distrugga l’ala ovest.
Mor sbuffò, ma fece cenno alle due donne di seguirla. Mentre camminavano per i corridoi eleganti della Casa del Vento, Rebekah non poté fare a meno di notare la grazia felina di Mor. C’era una forza in lei che Rebekah ammirava e detestava allo stesso tempo.
— Perché mi guardi? — chiese Mor senza voltarsi.
— Stavo cercando di capire se quel carattere è naturale o se ti sforzi molto per essere così irritante — rispose Rebekah, la sua sincerità che tagliava l’aria.
Mor si fermò di colpo e si voltò, i suoi occhi ardenti.
— Senti, ragazzina. Sei qui perché Rhys ha un debito con te e perché Feyre è importante. Non pensare che la tua bellezza o la tua lingua lunga ti rendano speciale. Qui a Velaris, siamo tutti sopravvissuti a qualcosa.
Rebekah sentì una fitta di rabbia, ma anche una strana comprensione. Fece un passo verso Mor, ignorando il dolore che le martellava nelle tempie.
— Non ho mai chiesto di essere speciale — disse a voce bassa, profonda. — Ho chiesto di essere libera. E se la tua libertà ti ha resa così amara, allora forse non sei così forte come credi. Io ho visto l’inferno, Morrigan. Ho servito al tavolo di Amarantha mentre lei riducendo i miei amici in cenere. E nonostante questo, cerco ancora di sorridere. Tu cosa fai, oltre a ringhiare ai nuovi arrivati?
Mor rimase in silenzio per un lungo istante. La sua maschera di freddezza tremò per un secondo, rivelando una vulnerabilità che Rebekah riconobbe immediatamente. Era la stessa solitudine che provava lei.
— Le tue stanze sono in fondo al corridoio — disse infine Mor, la voce meno tagliente, quasi stanca. — Cerca di non dar fuoco alle lenzuola. Sono di seta.
Rebekah la guardò allontanarsi, sentendo il calore del proprio potere che premeva contro la pelle. Feyre le toccò un braccio, un gesto silenzioso di supporto.
— È... intensa — commentò Feyre.
— È uno specchio, Feyre — rispose Rebekah, guardando la porta dove Mor era scomparsa. — E a nessuno piace guardarsi troppo a lungo in uno specchio che mostra le proprie cicatrici.
Quella notte, Rebekah non dormì. Il potere dentro di lei era una tempesta d’oro e fiamme. Uscì sul balcone, guardando le stelle di Velaris. Sotto la Montagna, sognava questo cielo. Ora che lo aveva, si sentiva più persa che mai.
— Non riesci a dormire?
Era di nuovo lei. Mor era seduta sulla ringhiera del balcone adiacente, un calice di vino tra le mani. La luce della luna la rendeva quasi eterea.
— Il potere grida — rispose Rebekah, appoggiando i gomiti al marmo freddo. — E il silenzio di questo posto è troppo rumoroso dopo mesi di urla.
Mor prese un sorso di vino, lo sguardo fisso sull’orizzonte.
— Rhys mi ha raccontato cosa hai fatto. Come hai protetto quelle umane nelle celle, distraendo le guardie anche quando sapevi che saresti stata punita.
Rebekah scrollò le spalle, un gesto di finta noncuranza.
— Era l’unica cosa che mi faceva sentire ancora umana. Essere gentile quando tutto intorno è crudeltà è l’unico vero atto di ribellione.
Mor si voltò a guardarla, e questa volta non c’era odio nei suoi occhi, ma una curiosità riluttante.
— Sei irritante, Rebekah Vaelor. Sei entusiasta, sei buona e sembri convinta che il mondo possa ancora essere salvato.
— E tu sei convinta che sia già tutto perduto — ribatté Rebekah con un mezzo sorriso. — Forse per questo Rhys ci ha messe insieme.
Mor scosse la testa, ma un piccolo, quasi impercettibile sorriso apparve sulle sue labbra.
— Non siamo insieme. Ti sto solo sorvegliando perché sei instabile.
— Certo, continuiamo a dircelo — disse Rebekah, sentendo per la prima volta da quando era rinata una scintilla della sua vecchia allegria. — Ma ammettilo, Morrigan. Sono la cosa più interessante che ti sia capitata negli ultimi cinquant’anni.
Mor rise, un suono limpido che sorprese entrambe.
— Forse. Ma se provi a rubarmi di nuovo la scena con uno dei tuoi commenti sarcastici davanti a Cassian, ti butto giù da questo balcone.
Rebekah rise a sua volta, sentendo il potere dentro di lei calmarsi, anche solo di poco.
— Ci proverò. Ma non prometto nulla. Sono decisa, ricordi? E ho una pessima abitudine a dire sempre quello che penso.
Le due donne rimasero lì, sotto il cielo di Velaris, due sopravvissute che avevano trovato, nel loro odio a prima vista, il primo mattone di qualcosa che non sapevano ancora chiamare amicizia. Erano troppo uguali, troppo ferite e troppo forti.
E in quella città di sogni, Rebekah Vaelor iniziò finalmente a credere che, forse, la sua luce non l’avrebbe consumata, ma l’avrebbe guidata verso casa.
Ora era una Fae Maggiore. I suoi lunghi capelli dorati, un tempo simbolo della sua vitalità mortale, brillavano di una luce quasi soprannaturale, e i suoi occhi celesti sembravano aver catturato un frammento di cielo proibito. Ma dentro, Rebekah stava bruciando. Il potere che le scorreva nelle vene non era un dono; era un parassita che graffiava per uscire, un’energia grezza e selvaggia che Tamlin insisteva a voler ignorare, preferendo tenerla rinchiusa in una stanza piena di sete e profumi.
Feyre, nella stanza accanto, non stava meglio. Rebekah sentiva il tormento della sua amica attraverso le pareti, un’eco del proprio dolore. Tamlin le stava proteggendo, diceva lui. Ma la protezione somigliava troppo a una prigione.
Quando l’aria nella stanza si fece gelida e il profumo di gelsomino e stelle soffocò quello delle rose, Rebekah seppe che era arrivato.
Rhysand.
Non provò paura. Provò un sollievo così acuto da farle tremare le ginocchia. Lui era l’unico che conosceva la verità. Sotto la Montagna, erano stati entrambi ridotti a oggetti, pedine nel gioco perverso di una regina folle. Rhys l’aveva guardata nei momenti più bui, le aveva sussurrato parole d’odio verso i loro carcerieri che erano state l’unico nutrimento per la sua anima.
— È ora, Feyre. E anche per te, Rebekah — la voce di Rhysand era velluto e oscurità.
Tamlin ringhiò, un suono bestiale che fece vibrare i mobili, ma Rebekah non lo guardò nemmeno. Si alzò, le dita che scintillavano di una luce instabile, e si diresse verso il signore della Corte della Notte.
— Portaci via — sussurrò Rebekah, la voce incrinata ma decisa. — Prima che io dia fuoco a questo posto.
Il viaggio attraverso l’oscurità fu un battito di ciglia. Quando Rebekah riaprì gli occhi, l’aria non era più pesante. Era fresca, frizzante, carica di salsedine e magia antica.
Si trovavano su un balcone che si affacciava su una città che sembrava fatta di polvere di stelle e desideri. Velaris.
— Benvenute a casa — disse Rhysand, ma il suo sguardo indugiò su Rebekah. C’era una preoccupazione autentica nei suoi occhi viola. — Sei pallida, Rebekah. Il potere ti sta consumando.
— Sto bene, Rhys — rispose lei, cercando di sorridere, ma il gesto morì sulle sue labbra. La sua solita allegria, quella luce che la rendeva il centro di ogni stanza, era offuscata da una nebbia di stanchezza.
— Non mentire a me. Non dopo quello che abbiamo passato — ribatté lui, facendosi avanti per sorreggerla.
Fu in quel momento che una figura emerse dalle ombre del corridoio. Era una donna, e Rebekah sentì il fiato mancarle per un motivo completamente diverso. Era bellissima, con capelli di un biondo dorato simile ai suoi e un abito rosso che sembrava dipinto sul suo corpo. Ma non era la bellezza a colpire Rebekah; era l’aura di sfida, l’asprezza che emanava come calore da un incendio.
— Quindi queste sono le tue nuove protette, Rhys? — la voce della donna era tagliente, carica di un sarcasmo che fece rizzare i peli sulle braccia di Rebekah. — Una umana spezzata e una biondina che sembra stia per svenire sul mio tappeto preferito.
Rebekah raddrizzò la schiena, l’arroganza che a volte usava come scudo che tornava a galla.
— Il tuo tappeto sopravviverà, te lo assicuro — replicò Rebekah, incrociando lo sguardo della straniera. — E io non sono sul punto di svenire. Sto solo valutando se l’accoglienza in questa corte sia sempre così scadente o se oggi sono particolarmente sfortunata.
Rhysand ridacchiò, un suono basso e roco.
— Morrigan, sii gentile. Rebekah ha passato più tempo di chiunque altro nelle grinfie di Amarantha.
Morrigan — Mor — fece un passo avanti, scrutando Rebekah con occhi che avevano visto troppi secoli e troppo dolore.
— La gentilezza è una virtù per chi non ha nulla da difendere — rispose Mor, fermandosi a pochi centimetri da lei. — E tu, Rebekah Vaelor, sembri il tipo di persona che attira solo guai.
— E tu sembri il tipo di persona che pensa di essere l’unica a poterli gestire — ribatté Rebekah, senza arretrare di un millimetro.
L’aria tra le due divenne elettrica. Erano specchi l’una dell’altra: entrambe bionde, entrambe fiere, entrambe segnate da un passato che avrebbe distrutto chiunque altro. Ma dove Mor era diventata asprezza e difesa, Rebekah cercava ancora di aggrapparsi alla sua empatia, nonostante il potere la stesse lacerando.
— Mi piaci già poco — disse Mor con un sorriso che non arrivava agli occhi.
— Il sentimento è reciproco — rispose Rebekah con un inchino beffardo.
Rhysand sospirò, scambiando un’occhiata con Feyre, che osservava la scena in silenzio, ancora scossa dal viaggio.
— Mor, accompagnale nelle loro stanze. Rebekah ha bisogno di riposo e di qualcuno che sappia come contenere un’esplosione di potere solare prima che distrugga l’ala ovest.
Mor sbuffò, ma fece cenno alle due donne di seguirla. Mentre camminavano per i corridoi eleganti della Casa del Vento, Rebekah non poté fare a meno di notare la grazia felina di Mor. C’era una forza in lei che Rebekah ammirava e detestava allo stesso tempo.
— Perché mi guardi? — chiese Mor senza voltarsi.
— Stavo cercando di capire se quel carattere è naturale o se ti sforzi molto per essere così irritante — rispose Rebekah, la sua sincerità che tagliava l’aria.
Mor si fermò di colpo e si voltò, i suoi occhi ardenti.
— Senti, ragazzina. Sei qui perché Rhys ha un debito con te e perché Feyre è importante. Non pensare che la tua bellezza o la tua lingua lunga ti rendano speciale. Qui a Velaris, siamo tutti sopravvissuti a qualcosa.
Rebekah sentì una fitta di rabbia, ma anche una strana comprensione. Fece un passo verso Mor, ignorando il dolore che le martellava nelle tempie.
— Non ho mai chiesto di essere speciale — disse a voce bassa, profonda. — Ho chiesto di essere libera. E se la tua libertà ti ha resa così amara, allora forse non sei così forte come credi. Io ho visto l’inferno, Morrigan. Ho servito al tavolo di Amarantha mentre lei riducendo i miei amici in cenere. E nonostante questo, cerco ancora di sorridere. Tu cosa fai, oltre a ringhiare ai nuovi arrivati?
Mor rimase in silenzio per un lungo istante. La sua maschera di freddezza tremò per un secondo, rivelando una vulnerabilità che Rebekah riconobbe immediatamente. Era la stessa solitudine che provava lei.
— Le tue stanze sono in fondo al corridoio — disse infine Mor, la voce meno tagliente, quasi stanca. — Cerca di non dar fuoco alle lenzuola. Sono di seta.
Rebekah la guardò allontanarsi, sentendo il calore del proprio potere che premeva contro la pelle. Feyre le toccò un braccio, un gesto silenzioso di supporto.
— È... intensa — commentò Feyre.
— È uno specchio, Feyre — rispose Rebekah, guardando la porta dove Mor era scomparsa. — E a nessuno piace guardarsi troppo a lungo in uno specchio che mostra le proprie cicatrici.
Quella notte, Rebekah non dormì. Il potere dentro di lei era una tempesta d’oro e fiamme. Uscì sul balcone, guardando le stelle di Velaris. Sotto la Montagna, sognava questo cielo. Ora che lo aveva, si sentiva più persa che mai.
— Non riesci a dormire?
Era di nuovo lei. Mor era seduta sulla ringhiera del balcone adiacente, un calice di vino tra le mani. La luce della luna la rendeva quasi eterea.
— Il potere grida — rispose Rebekah, appoggiando i gomiti al marmo freddo. — E il silenzio di questo posto è troppo rumoroso dopo mesi di urla.
Mor prese un sorso di vino, lo sguardo fisso sull’orizzonte.
— Rhys mi ha raccontato cosa hai fatto. Come hai protetto quelle umane nelle celle, distraendo le guardie anche quando sapevi che saresti stata punita.
Rebekah scrollò le spalle, un gesto di finta noncuranza.
— Era l’unica cosa che mi faceva sentire ancora umana. Essere gentile quando tutto intorno è crudeltà è l’unico vero atto di ribellione.
Mor si voltò a guardarla, e questa volta non c’era odio nei suoi occhi, ma una curiosità riluttante.
— Sei irritante, Rebekah Vaelor. Sei entusiasta, sei buona e sembri convinta che il mondo possa ancora essere salvato.
— E tu sei convinta che sia già tutto perduto — ribatté Rebekah con un mezzo sorriso. — Forse per questo Rhys ci ha messe insieme.
Mor scosse la testa, ma un piccolo, quasi impercettibile sorriso apparve sulle sue labbra.
— Non siamo insieme. Ti sto solo sorvegliando perché sei instabile.
— Certo, continuiamo a dircelo — disse Rebekah, sentendo per la prima volta da quando era rinata una scintilla della sua vecchia allegria. — Ma ammettilo, Morrigan. Sono la cosa più interessante che ti sia capitata negli ultimi cinquant’anni.
Mor rise, un suono limpido che sorprese entrambe.
— Forse. Ma se provi a rubarmi di nuovo la scena con uno dei tuoi commenti sarcastici davanti a Cassian, ti butto giù da questo balcone.
Rebekah rise a sua volta, sentendo il potere dentro di lei calmarsi, anche solo di poco.
— Ci proverò. Ma non prometto nulla. Sono decisa, ricordi? E ho una pessima abitudine a dire sempre quello che penso.
Le due donne rimasero lì, sotto il cielo di Velaris, due sopravvissute che avevano trovato, nel loro odio a prima vista, il primo mattone di qualcosa che non sapevano ancora chiamare amicizia. Erano troppo uguali, troppo ferite e troppo forti.
E in quella città di sogni, Rebekah Vaelor iniziò finalmente a credere che, forse, la sua luce non l’avrebbe consumata, ma l’avrebbe guidata verso casa.
