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L'ombra delle stelle
Fandom: Villanous
Created: 5/29/2026
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AU (Alternate Universe)DramaPsychologicalSongficDarkCharacter StudyGothic NoirLyricismFantasyCanon SettingRetellingRomanceCurtainfic / Domestic StoryScience FictionSpace OperaExplicit LanguageGraphic ViolenceRapeJealousy
L'Ombra del Monarca e il Canto della Sirena
Il cielo sopra Hat Island non era mai davvero azzurro. Era una distesa di viola profondo, striata di nubi cineree che sembravano cariche di una tempesta imminente, una promessa di rovina che non si compiva mai del tutto, restando sospesa come una mannaia sul collo del mondo. Eppure, per Victoria, quel panorama aveva un fascino magnetico.
Appoggiata al parapetto in ferro battuto del suo balcone, la ragazza respirava l'aria salmastra e pungente. I suoi lunghi capelli ricci, una cascata ribelle di castano dorato, danzavano nella brezza che risaliva dalla scogliera. Sotto di lei, la nuova casa — una villetta dalle linee gotiche ma accogliente — sembrava finalmente un rifugio.
— Victoria! Tesoro, hai preso i documenti? — la voce di suo padre, Whitenights, risuonò dal piano di sotto, carica di quella solita, affannosa premura.
Victoria sorrise tra sé, staccando lo sguardo dall'orizzonte dove il sole stava affogando in un mare color sangue. — Arrivo, papà! È tutto nella cartellina.
Scese le scale con passo leggero, la gonna a fiori che frusciava contro le gambe. Suo padre la aspettava all'ingresso, tormentando nervosamente l'orlo del suo mantello bianco, ormai un po' logoro. Whitenights non era un uomo crudele; era un sognatore che aveva scelto la strada della villania più per una sorta di maldestra ribellione che per vera malizia. Ma dopo l'ennesima umiliazione per mano di Thunderstrike, che lo aveva lasciato appeso a un lampione davanti a tutta la città, aveva deciso che era ora di cambiare aria. E Hat Island era l'unico posto dove gli eroi non osavano posare lo sguardo.
— Ricorda quello che ti ho detto, — mormorò l'uomo mentre uscivano di casa, incamminandosi verso il centro dell'isola. — Non guardare nessuno negli occhi troppo a lungo. Qui non siamo più in periferia. Questa è la terra del Signore.
— Lo so, papà. Lord Black Hat. Ne parli come se fosse un fantasma, — rispose lei con una risatina genuina, cercando di stemperare la tensione del genitore.
— Non è un fantasma, Victoria. È il motivo per cui l'oscurità ha ancora un ordine, — concluse lui, abbassando la voce come se le pareti stesse dell'isola potessero ascoltare.
Man mano che si avvicinavano al centro dell'isola, l'atmosfera cambiava. Le strade erano pulite, di una perfezione geometrica quasi inquietante, e gli altri residenti — creature dall'aspetto bizzarro, scienziati pazzi in camice bianco e mercenari corazzati — si muovevano con una fretta disciplinata. Al centro di tutto, svettava la villa: una struttura colossale che sfidava le leggi della fisica, sormontata da un enorme cappello a cilindro che fungeva da monito per chiunque entrasse nel suo raggio d'azione.
Era il primo del mese. Il giorno della riscossione.
L'atrio della Black Hat Organization era un trionfo di marmo nero e oro, immenso e gelido. Victoria si sentì improvvisamente piccola. Le pareti erano ornate da ritratti di villain leggendari, ma sopra ogni cosa dominava l'effigie di un uomo in abiti vittoriani, il volto parzialmente in ombra, un monocolo che brillava come una stella maligna.
— Documenti e tassa di soggiorno, — gracchiò una voce metallica.
Un piccolo robot cilindrico con un cappello disegnato sul metallo li scortò verso uno degli sportelli. Whitenights consegnò tremando la sua quota, ma l'impiegato — un uomo pallido che sembrava non dormire da decenni — scosse la testa.
— Nuovi arrivati? La registrazione per i residenti di Classe A deve essere vidimata personalmente dall'Ufficio dell'Amministrazione Superiore. Piano attico.
Il cuore di Whitenights parve fermarsi. — L'Ufficio... Superiore? Ma io sono solo un piccolo operatore...
— Ordini della direzione. Muoversi.
Victoria sentì la mano di suo padre stringersi sulla sua. Salirono su un ascensore che sembrava sprofondare verso l'alto, una sensazione viscerale che le mozzò il fiato. Quando le porte si aprirono, il silenzio era assoluto. Non c'erano uffici affollati qui, solo un lungo corridoio tappezzato di velluto rosso sangue, illuminato da candelabri che ardevano di una fiamma verde.
In fondo al corridoio, una porta doppia in legno di quercia nera si aprì senza che nessuno la toccasse.
— Entrate, — disse una voce.
Non era una voce umana. Era un suono che sembrava provenire dal fondo di un abisso, una vibrazione profonda, graffiante, che accarezzò la spina dorsale di Victoria come una lama di ghiaccio.
Entrarono. La stanza era un immenso studio circolare. Grandi vetrate mostravano l'intera isola, ma la luce che entrava sembrava piegarsi attorno alla figura seduta dietro la mastodontica scrivania in ebano.
Lord Black Hat era esattamente come nelle leggende, eppure infinitamente più terrificante. Indossava un cappotto nero dal taglio impeccabile, un gilet di seta finissima e una cravatta annodata con precisione millimetrica. I suoi guanti grigi coprivano dita lunghe, che picchiettavano ritmicamente sulla superficie lucida dello scrittoio. Il cappello a cilindro proiettava un'ombra perenne sulla parte superiore del suo volto, lasciando visibile solo un sorriso dai denti troppo affilati e un monocolo che sembrava scrutare non la carne, ma l'anima stessa.
— Lord Black Hat... Eccellenza... io... — Whitenights si inginocchiò quasi istintivamente, la voce ridotta a un sussurro roco. — Sono Whitenights. Siamo appena arrivati...
L'essere non rispose subito. I suoi occhi, feroci e carichi di un'intelligenza millenaria, si spostarono lentamente dall'uomo alla ragazza che gli stava accanto. Victoria, nonostante il terrore che le faceva tremare le ginocchia, non abbassò lo sguardo. Era abituata a studiare l'armonia, la composizione, e in quell'uomo vide una perfezione oscura che non aveva mai immaginato potesse esistere.
— Silenzio, — disse Lord Black Hat. La sua voce era un comando ontologico. L'aria stessa sembrò farsi più pesante. — La vostra presenza qui è una macchia di mediocrità sul mio tappeto, Whitenights. Le vostre sconfitte contro quel... Thunderstrike... sono un insulto al concetto stesso di malvagità.
— Mi scusi, Milord! Prometto che migliorerò, io...
Black Hat si alzò in piedi. Era altissimo, una figura slanciata e regale che sembrava dominare lo spazio circostante con la sola presenza. Si mosse con una grazia predatrice, aggirando la scrivania. Il ticchettio del suo bastone da passeggio, nero con l'impugnatura d'oro, risuonava come un rintocco funebre sul pavimento di marmo.
Si fermò a pochi centimetri da Victoria. La ragazza sentì l'odore del suo potere: sapeva di ozono, di carta antica e di un freddo siderale.
— E questa... — mormorò Lord Black Hat, inclinando leggermente il capo. — Questa sarebbe la vostra progenie? Una creatura che profuma di sole e di ingenuità?
Victoria sentì il bisogno di parlare. Non per sfida, ma per una sorta di istinto di sopravvivenza che la spingeva a reclamare la propria esistenza. — Mi chiamo Victoria, signore. Studio al conservatorio.
L'essere emise un suono che poteva essere una risata, o forse il ringhio di una bestia antica. — Il conservatorio. Musica. Un'arte effimera che tenta di dare ordine al caos. Inutile.
— Non è inutile, — ribatté lei, la voce un po' tremante ma chiara. — La musica è l'unica cosa che può colmare il vuoto.
Un silenzio tombale cadde nella stanza. Whitenights sembrava sul punto di svenire. Lord Black Hat si chinò verso di lei, il volto così vicino che Victoria poté vedere i riflessi verdastri nel suo sguardo. La pressione psicologica era quasi insopportabile, come se un intero universo di oscurità stesse cercando di schiacciarla.
— Il vuoto, dici? — la voce di Black Hat si fece più bassa, una carezza ruvida. — Tu non hai idea di cosa sia il vuoto, piccola mortale. Io sono nato nel vuoto. Io ho dato forma all'oscurità quando il tempo era ancora un concetto informe.
Eppure, nonostante le parole crudeli, non la colpì. Le sue dita guantate sfiorarono l'aria vicino al viso di lei, un gesto di una raffinatezza squisitamente vittoriana e, al tempo stesso, profondamente minaccioso.
— Dimmi, Victoria, — proseguì lui, il tono che tornava a essere quello di un nobile distaccato. — Cosa spinge una creatura così palesemente... normale... a cercare rifugio nel cuore del male assoluto?
— La pace, — rispose lei onestamente. — Mio padre voleva solo un posto dove non dover scappare. E io volevo un posto dove poter cantare senza che le battaglie distruggessero tutto.
Black Hat tornò a raddrizzarsi, la sua figura imponente che oscurava la luce delle candele. — Pace. Un concetto noioso. Ma Hat Island garantisce l'ordine. E l'ordine richiede il pagamento dovuto.
Tornò alla sua scrivania e, con un gesto pigro della mano, fece apparire una pergamena che fluttuava nell'aria. — Le tasse sono state ricevute. La registrazione è completa. Ma ricorda, Whitenights... la mia ospitalità non è gratuita. Se la tua mediocrità dovesse mai attirare l'attenzione degli eroi verso le mie coste, ti cancellerò dalla trama della realtà prima che tu possa chiedere pietà.
— Sì... sì, Milord! Grazie! — Whitenights si rialzò, prendendo Victoria per un braccio per trascinarla via il più velocemente possibile.
— Un momento, — la voce di Black Hat li bloccò sulla soglia.
Si voltarono. Il Signore del Male era tornato a sedersi, le mani incrociate sul pomello del bastone. Il suo sguardo era fisso su Victoria.
— Ho sentito dire che le sopraniste hanno voci capaci di incrinare il cristallo. Vedremo se la tua saprà almeno intrattenere il mio disprezzo, un giorno o l'altro. Ora sparite dalla mia vista. È un ordine.
Uscirono dal palazzo in un silenzio quasi religioso. Solo quando furono di nuovo all'aria aperta, sotto il cielo viola dell'isola, Whitenights riuscì a respirare.
— Victoria, per tutti i demoni! Poteva ucciderti con un pensiero! Non si risponde a Lord Black Hat!
— Mi ha chiesto perché ero qui, papà. Gli ho risposto, — disse lei, guardando indietro verso la villa.
Sentiva ancora quella vibrazione nel petto, quella voce profonda che sembrava aver risvegliato qualcosa di strano nel suo animo. Non era solo paura. Era una curiosità proibita.
Tornata a casa, Victoria salì sul suo balcone. Il sole era ormai scomparso, lasciando il posto a una notte illuminata da una luna artificiale che brillava di una luce fredda. Si appoggiò alla ringhiera e, quasi senza volerlo, iniziò a intonare un'aria antica, una melodia malinconica che parlava di stelle perdute e di abissi profondi.
La sua voce, pura e cristallina, si levò nel silenzio di Hat Island, scivolando sopra i tetti delle case dei villain, oltre le scogliere, fino a raggiungere le alte finestre della villa che dominava l'isola.
Nel suo studio, Lord Black Hat era immerso nell'oscurità. Non aveva bisogno di luce per leggere i suoi antichi tomi, né per governare il male del mondo. Ma quando le note di quella canzone raggiunsero le sue orecchie, si fermò.
Le sue dita artigliate, nascoste dal guanto, smisero di tamburellare sul tavolo. Inclinò il capo di lato, ascoltando quella vibrazione umana, così fragile eppure così insolitamente armoniosa.
— Insolente, — sussurrò nell'ombra della stanza vuota.
Ma per la prima volta in secoli, un impercettibile sorriso che non aveva nulla di predatorio incurvò le sue labbra. Era il sorriso di un collezionista che aveva appena trovato un pezzo raro, un'anomalia nel suo perfetto mondo di caos ordinato.
Victoria continuò a cantare, ignara che in quel momento, il Dio dei Villain stava ascoltando. E su Hat Island, dove ogni sospiro apparteneva a Lord Black Hat, quel canto era diventato il primo filo di un destino che nessuno, nemmeno lui, aveva ancora osato tessere.
Appoggiata al parapetto in ferro battuto del suo balcone, la ragazza respirava l'aria salmastra e pungente. I suoi lunghi capelli ricci, una cascata ribelle di castano dorato, danzavano nella brezza che risaliva dalla scogliera. Sotto di lei, la nuova casa — una villetta dalle linee gotiche ma accogliente — sembrava finalmente un rifugio.
— Victoria! Tesoro, hai preso i documenti? — la voce di suo padre, Whitenights, risuonò dal piano di sotto, carica di quella solita, affannosa premura.
Victoria sorrise tra sé, staccando lo sguardo dall'orizzonte dove il sole stava affogando in un mare color sangue. — Arrivo, papà! È tutto nella cartellina.
Scese le scale con passo leggero, la gonna a fiori che frusciava contro le gambe. Suo padre la aspettava all'ingresso, tormentando nervosamente l'orlo del suo mantello bianco, ormai un po' logoro. Whitenights non era un uomo crudele; era un sognatore che aveva scelto la strada della villania più per una sorta di maldestra ribellione che per vera malizia. Ma dopo l'ennesima umiliazione per mano di Thunderstrike, che lo aveva lasciato appeso a un lampione davanti a tutta la città, aveva deciso che era ora di cambiare aria. E Hat Island era l'unico posto dove gli eroi non osavano posare lo sguardo.
— Ricorda quello che ti ho detto, — mormorò l'uomo mentre uscivano di casa, incamminandosi verso il centro dell'isola. — Non guardare nessuno negli occhi troppo a lungo. Qui non siamo più in periferia. Questa è la terra del Signore.
— Lo so, papà. Lord Black Hat. Ne parli come se fosse un fantasma, — rispose lei con una risatina genuina, cercando di stemperare la tensione del genitore.
— Non è un fantasma, Victoria. È il motivo per cui l'oscurità ha ancora un ordine, — concluse lui, abbassando la voce come se le pareti stesse dell'isola potessero ascoltare.
Man mano che si avvicinavano al centro dell'isola, l'atmosfera cambiava. Le strade erano pulite, di una perfezione geometrica quasi inquietante, e gli altri residenti — creature dall'aspetto bizzarro, scienziati pazzi in camice bianco e mercenari corazzati — si muovevano con una fretta disciplinata. Al centro di tutto, svettava la villa: una struttura colossale che sfidava le leggi della fisica, sormontata da un enorme cappello a cilindro che fungeva da monito per chiunque entrasse nel suo raggio d'azione.
Era il primo del mese. Il giorno della riscossione.
L'atrio della Black Hat Organization era un trionfo di marmo nero e oro, immenso e gelido. Victoria si sentì improvvisamente piccola. Le pareti erano ornate da ritratti di villain leggendari, ma sopra ogni cosa dominava l'effigie di un uomo in abiti vittoriani, il volto parzialmente in ombra, un monocolo che brillava come una stella maligna.
— Documenti e tassa di soggiorno, — gracchiò una voce metallica.
Un piccolo robot cilindrico con un cappello disegnato sul metallo li scortò verso uno degli sportelli. Whitenights consegnò tremando la sua quota, ma l'impiegato — un uomo pallido che sembrava non dormire da decenni — scosse la testa.
— Nuovi arrivati? La registrazione per i residenti di Classe A deve essere vidimata personalmente dall'Ufficio dell'Amministrazione Superiore. Piano attico.
Il cuore di Whitenights parve fermarsi. — L'Ufficio... Superiore? Ma io sono solo un piccolo operatore...
— Ordini della direzione. Muoversi.
Victoria sentì la mano di suo padre stringersi sulla sua. Salirono su un ascensore che sembrava sprofondare verso l'alto, una sensazione viscerale che le mozzò il fiato. Quando le porte si aprirono, il silenzio era assoluto. Non c'erano uffici affollati qui, solo un lungo corridoio tappezzato di velluto rosso sangue, illuminato da candelabri che ardevano di una fiamma verde.
In fondo al corridoio, una porta doppia in legno di quercia nera si aprì senza che nessuno la toccasse.
— Entrate, — disse una voce.
Non era una voce umana. Era un suono che sembrava provenire dal fondo di un abisso, una vibrazione profonda, graffiante, che accarezzò la spina dorsale di Victoria come una lama di ghiaccio.
Entrarono. La stanza era un immenso studio circolare. Grandi vetrate mostravano l'intera isola, ma la luce che entrava sembrava piegarsi attorno alla figura seduta dietro la mastodontica scrivania in ebano.
Lord Black Hat era esattamente come nelle leggende, eppure infinitamente più terrificante. Indossava un cappotto nero dal taglio impeccabile, un gilet di seta finissima e una cravatta annodata con precisione millimetrica. I suoi guanti grigi coprivano dita lunghe, che picchiettavano ritmicamente sulla superficie lucida dello scrittoio. Il cappello a cilindro proiettava un'ombra perenne sulla parte superiore del suo volto, lasciando visibile solo un sorriso dai denti troppo affilati e un monocolo che sembrava scrutare non la carne, ma l'anima stessa.
— Lord Black Hat... Eccellenza... io... — Whitenights si inginocchiò quasi istintivamente, la voce ridotta a un sussurro roco. — Sono Whitenights. Siamo appena arrivati...
L'essere non rispose subito. I suoi occhi, feroci e carichi di un'intelligenza millenaria, si spostarono lentamente dall'uomo alla ragazza che gli stava accanto. Victoria, nonostante il terrore che le faceva tremare le ginocchia, non abbassò lo sguardo. Era abituata a studiare l'armonia, la composizione, e in quell'uomo vide una perfezione oscura che non aveva mai immaginato potesse esistere.
— Silenzio, — disse Lord Black Hat. La sua voce era un comando ontologico. L'aria stessa sembrò farsi più pesante. — La vostra presenza qui è una macchia di mediocrità sul mio tappeto, Whitenights. Le vostre sconfitte contro quel... Thunderstrike... sono un insulto al concetto stesso di malvagità.
— Mi scusi, Milord! Prometto che migliorerò, io...
Black Hat si alzò in piedi. Era altissimo, una figura slanciata e regale che sembrava dominare lo spazio circostante con la sola presenza. Si mosse con una grazia predatrice, aggirando la scrivania. Il ticchettio del suo bastone da passeggio, nero con l'impugnatura d'oro, risuonava come un rintocco funebre sul pavimento di marmo.
Si fermò a pochi centimetri da Victoria. La ragazza sentì l'odore del suo potere: sapeva di ozono, di carta antica e di un freddo siderale.
— E questa... — mormorò Lord Black Hat, inclinando leggermente il capo. — Questa sarebbe la vostra progenie? Una creatura che profuma di sole e di ingenuità?
Victoria sentì il bisogno di parlare. Non per sfida, ma per una sorta di istinto di sopravvivenza che la spingeva a reclamare la propria esistenza. — Mi chiamo Victoria, signore. Studio al conservatorio.
L'essere emise un suono che poteva essere una risata, o forse il ringhio di una bestia antica. — Il conservatorio. Musica. Un'arte effimera che tenta di dare ordine al caos. Inutile.
— Non è inutile, — ribatté lei, la voce un po' tremante ma chiara. — La musica è l'unica cosa che può colmare il vuoto.
Un silenzio tombale cadde nella stanza. Whitenights sembrava sul punto di svenire. Lord Black Hat si chinò verso di lei, il volto così vicino che Victoria poté vedere i riflessi verdastri nel suo sguardo. La pressione psicologica era quasi insopportabile, come se un intero universo di oscurità stesse cercando di schiacciarla.
— Il vuoto, dici? — la voce di Black Hat si fece più bassa, una carezza ruvida. — Tu non hai idea di cosa sia il vuoto, piccola mortale. Io sono nato nel vuoto. Io ho dato forma all'oscurità quando il tempo era ancora un concetto informe.
Eppure, nonostante le parole crudeli, non la colpì. Le sue dita guantate sfiorarono l'aria vicino al viso di lei, un gesto di una raffinatezza squisitamente vittoriana e, al tempo stesso, profondamente minaccioso.
— Dimmi, Victoria, — proseguì lui, il tono che tornava a essere quello di un nobile distaccato. — Cosa spinge una creatura così palesemente... normale... a cercare rifugio nel cuore del male assoluto?
— La pace, — rispose lei onestamente. — Mio padre voleva solo un posto dove non dover scappare. E io volevo un posto dove poter cantare senza che le battaglie distruggessero tutto.
Black Hat tornò a raddrizzarsi, la sua figura imponente che oscurava la luce delle candele. — Pace. Un concetto noioso. Ma Hat Island garantisce l'ordine. E l'ordine richiede il pagamento dovuto.
Tornò alla sua scrivania e, con un gesto pigro della mano, fece apparire una pergamena che fluttuava nell'aria. — Le tasse sono state ricevute. La registrazione è completa. Ma ricorda, Whitenights... la mia ospitalità non è gratuita. Se la tua mediocrità dovesse mai attirare l'attenzione degli eroi verso le mie coste, ti cancellerò dalla trama della realtà prima che tu possa chiedere pietà.
— Sì... sì, Milord! Grazie! — Whitenights si rialzò, prendendo Victoria per un braccio per trascinarla via il più velocemente possibile.
— Un momento, — la voce di Black Hat li bloccò sulla soglia.
Si voltarono. Il Signore del Male era tornato a sedersi, le mani incrociate sul pomello del bastone. Il suo sguardo era fisso su Victoria.
— Ho sentito dire che le sopraniste hanno voci capaci di incrinare il cristallo. Vedremo se la tua saprà almeno intrattenere il mio disprezzo, un giorno o l'altro. Ora sparite dalla mia vista. È un ordine.
Uscirono dal palazzo in un silenzio quasi religioso. Solo quando furono di nuovo all'aria aperta, sotto il cielo viola dell'isola, Whitenights riuscì a respirare.
— Victoria, per tutti i demoni! Poteva ucciderti con un pensiero! Non si risponde a Lord Black Hat!
— Mi ha chiesto perché ero qui, papà. Gli ho risposto, — disse lei, guardando indietro verso la villa.
Sentiva ancora quella vibrazione nel petto, quella voce profonda che sembrava aver risvegliato qualcosa di strano nel suo animo. Non era solo paura. Era una curiosità proibita.
Tornata a casa, Victoria salì sul suo balcone. Il sole era ormai scomparso, lasciando il posto a una notte illuminata da una luna artificiale che brillava di una luce fredda. Si appoggiò alla ringhiera e, quasi senza volerlo, iniziò a intonare un'aria antica, una melodia malinconica che parlava di stelle perdute e di abissi profondi.
La sua voce, pura e cristallina, si levò nel silenzio di Hat Island, scivolando sopra i tetti delle case dei villain, oltre le scogliere, fino a raggiungere le alte finestre della villa che dominava l'isola.
Nel suo studio, Lord Black Hat era immerso nell'oscurità. Non aveva bisogno di luce per leggere i suoi antichi tomi, né per governare il male del mondo. Ma quando le note di quella canzone raggiunsero le sue orecchie, si fermò.
Le sue dita artigliate, nascoste dal guanto, smisero di tamburellare sul tavolo. Inclinò il capo di lato, ascoltando quella vibrazione umana, così fragile eppure così insolitamente armoniosa.
— Insolente, — sussurrò nell'ombra della stanza vuota.
Ma per la prima volta in secoli, un impercettibile sorriso che non aveva nulla di predatorio incurvò le sue labbra. Era il sorriso di un collezionista che aveva appena trovato un pezzo raro, un'anomalia nel suo perfetto mondo di caos ordinato.
Victoria continuò a cantare, ignara che in quel momento, il Dio dei Villain stava ascoltando. E su Hat Island, dove ogni sospiro apparteneva a Lord Black Hat, quel canto era diventato il primo filo di un destino che nessuno, nemmeno lui, aveva ancora osato tessere.
