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Fandom: percy jackson

Created: 6/25/2026

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FantasyDramaAngstActionAdventureCharacter StudyJealousyCanon SettingSandalpunkPsychologicalHurt/ComfortRomanceDrug Use
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L’Eredità delle Piume e delle Ceneri

Il Campo Mezzosangue non era mai stato un luogo di pace assoluta, ma per Rebekah Vaelor era diventato un’arena dorata dove ogni suo respiro sembrava pesare quanto il Monte Olimpo. Seduta sul portico della Casa di Era — una struttura maestosa e solitamente vuota, che lei occupava in una solitudine regale e opprimente — Rebekah si passò una mano tra i capelli biondi, i riflessi dorati che brillavano sotto il sole di luglio.

I suoi occhi marroni, profondi e intelligenti, osservavano i nuovi arrivati che si addestravano nell'arena. Aveva sedici anni, ma si sentiva addosso i secoli di una dea. Essere la figlia di Era non significava solo avere potere; significava essere un’anomalia, un miracolo nato dalle ceneri e da una piuma di pavone, un dono che la Regina degli Dei aveva concesso a una coppia di mortali prima che il destino reclamasse il suo prezzo.

Il ricordo dei suoi dodici anni era ancora vivido: l’odore di bruciato, il terrore negli occhi dei suoi genitori adottivi mentre i mostri circondavano la loro casa, e il suo satiro che la trascinava via verso la salvezza. Poi, le settimane passate nell’anonimato della cabina di Hermes, ridendo con Percy, Annabeth e Grover. Quelli erano stati i giorni più semplici. Ma quando il segno di Era era apparso sopra la sua testa — una corona di piume di pavone scintillanti — la sua vita era finita e ne era iniziata un’altra. L’ombra di Kahlan, la prima e sfortunata figlia di Era, era diventata la sua compagna costante.

— Ancora a fissare il vuoto, Vaelor? O stai solo aspettando che qualcuno venga a lucidarti i sandali? —

Quella voce, dolce come il miele e tagliente come un rasoio, poteva appartenere solo a una persona. Rebekah non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che Aurelia Vance era lì, circondata dal suo solito seguito di figlie di Afrodite.

Rebekah si alzò con una grazia lenta e calcolata, voltandosi verso la ragazza più popolare del campo. Aurelia era bellissima, di una bellezza che faceva male agli occhi, ma nei suoi tratti c’era un’arroganza che rovinava l’opera d’arte.

— Aurelia. Mi chiedevo quanto ci avresti messo a interrompere il mio silenzio. Hai finito di specchiarti o il riflesso si è stancato di te? — rispose Rebekah con un sorriso audace.

Le ragazze dietro Aurelia sussultarono, ma la figlia di Afrodite strinse solo le labbra perfettamente truccate. La rivalità tra loro non era solo una questione di popolarità; era uno scontro di poteri. Rebekah era il "nuovo e raro", la guerriera che aveva accumulato più missioni di chiunque altro, la ragazza che non aveva bisogno di filtri per incantare i ragazzi del campo.

— Sei sempre così sicura di te — disse Aurelia, facendo un passo avanti e invadendo lo spazio personale di Rebekah. — Ma ricordati che essere un pezzo unico non ti rende preziosa. Ti rende solo un bersaglio. Tutti aspettano che tu faccia la fine della tua cara sorellina. Come si chiamava? Kahlan? —

Il nome colpì Rebekah come uno schiaffo, ma lei non batté ciglio. I suoi occhi marroni scintillarono di una determinazione feroce.

— Kahlan è un monito per i miei nemici, Aurelia, non per me. E se fossi in te, mi preoccuperei meno del mio destino e più della tua prossima lezione di scherma. Ho sentito che i figli di Ares ti hanno fatta finire nella polvere ieri. —

Aurelia arrossì per la rabbia. — È stato un incidente! —

— Certo — ribatté Rebekah, avvicinandosi ancora di più, finché i loro respiri non si incrociarono. — Come sarà un incidente quando ti batterò davanti a tutto il campo durante la cattura della bandiera stasera. —

Senza attendere risposta, Rebekah scese i gradini del portico e si incamminò verso la mensa, sentendo gli sguardi dei ragazzi su di lei. Sapeva cosa vedevano: la perfezione bionda, la forza di una dea, l’intelligenza di chi ha visto troppo. Ma sotto la superficie, Rebekah sentiva il peso delle aspettative di sua madre. Era non accettava il fallimento. Essere la sua unica figlia vivente era un onore che somigliava a una condanna a morte.

A metà strada, una mano le afferrò la spalla. Si voltò pronta a colpire, ma si rilassò immediatamente vedendo i capelli spettinati e gli occhi verde mare di Percy Jackson.

— Ehi, guerriera. Hai di nuovo fatto infuriare la regina di bellezza? — chiese Percy con un ghigno amichevole.

Rebekah sospirò, lasciando cadere la maschera di superiorità per un istante. — È più forte di me, Percy. Non sopporto come cammina, come parla... come respira. —

— Ti capisco — rispose lui, camminando al suo fianco. — Ma dovresti stare attenta. Aurelia non è solo vanitosa. È potente, e ultimamente sembra che abbia qualcosa da dimostrare. —

— Abbiamo tutti qualcosa da dimostrare — mormorò Rebekah, guardando verso il bosco. — Io devo dimostrare di non essere fragile come Kahlan. Lei deve dimostrare di essere più di un bel faccino. Siamo intrappolate negli stessi ruoli, solo che i nostri copioni sono diversi. —

Percy la guardò con una punta di tristezza. — Sai che per noi rimarrai sempre la Rebekah che si nascondeva nella cabina di Hermes per non farsi trovare da Chirone, vero? —

Rebekah sorrise, un sorriso vero che le illuminò il viso. — Grazie, Testone d’Alghe. Ne avevo bisogno. —

La serata arrivò con la rapidità tipica dei giorni estivi al Campo Mezzosangue. L’aria era elettrica, carica dell’odore di pino e di magia. La cattura della bandiera era l’evento più atteso, e quella sera la tensione era alle stelle. Rebekah guidava la squadra blu insieme ad Annabeth e Percy, mentre Aurelia era a capo della squadra rossa, supportata dai suoi fratelli e dai figli di Ares.

— Rebekah, tu prendi il fianco sinistro — istruì Annabeth, controllando la mappa del bosco. — Aurelia cercherà di attirarti in trappola. Sa che sei audace, userà la tua determinazione contro di te. —

— Lascia che ci provi — rispose Rebekah, stringendo l’elsa della sua spada in bronzo celeste, un dono di sua madre che sembrava vibrare di energia propria. — Sono stanca di giocare in difesa. —

Il segnale risuonò nel bosco e la battaglia ebbe inizio. Rebekah si mosse tra gli alberi con la velocità di una predatrice. La sua vista era acuta, i suoi sensi amplificati. Sentiva il fruscio delle foglie, il battito dei cuori dei semidei nascosti.

Superò un ruscello con un balzo, mettendo fuori combattimento due figli di Apollo con una serie di colpi precisi e veloci. Non voleva ferirli seriamente, solo neutralizzarli. Ma quando raggiunse la Radura delle Ninfe, si fermò bruscamente.

Aurelia era lì, sola, al centro della radura. Indossava la sua armatura lucidata a specchio e teneva un pugnale che brillava di una luce rosata inquietante.

— Ti stavo aspettando — disse Aurelia. Non c’era traccia della solita civetteria nella sua voce. Sembrava stanca, quasi disperata.

— Dove sono i tuoi rinforzi? — chiese Rebekah, tenendo la spada bassa ma pronta.

— Non servono. Questa non è una questione di bandiere, Rebekah. È una questione di spazio. In questo campo non c’è abbastanza posto per entrambe. —

Aurelia scattò in avanti con una velocità sorprendente. Lo scontro tra l’acciaio e il bronzo produsse una pioggia di scintille. La forza della figlia di Afrodite era inaspettata; usava la sua bellezza non come un ornamento, ma come un’arma, i suoi movimenti erano così fluidi da confondere la vista.

— Credi che io sia solo una bambolina? — ringhiò Aurelia tra un fendente e l’altro. — Sai cosa significa essere la figlia di Afrodite? Tutti si aspettano che io sia superficiale, che mi importi solo dei vestiti. Ma io porto il peso dei desideri di tutti. E tu... tu arrivi qui, la figlia della Regina, la "rara", e tutti dimenticano quanto ho faticato per essere la migliore! —

Rebekah parò un colpo diretto al petto e contrattaccò con un calcio che fece indietreggiare Aurelia. — Pensi che la mia vita sia facile? Vivo in un mausoleo dedicato a una dea che non mi ha mai abbracciata! Ogni volta che Chirone mi guarda, vede un fantasma. Ogni volta che un ragazzo mi guarda, vede un trofeo. Non sono la tua nemica, Aurelia, sono il tuo specchio! —

Le due ragazze si fermarono, entrambe ansimanti. Per un momento, il rumore della battaglia nel resto del bosco sembrò svanire. Si guardarono veramente, forse per la prima volta. Videro le occhiaie nascoste dal trucco, la tensione nelle spalle, la solitudine di chi è costretto a essere perfetto.

— Abbiamo degli obblighi che ci stanno soffocando — disse Rebekah, abbassando leggermente la spada. — Ma non dobbiamo per forza distruggerci a vicenda. —

Aurelia strinse il pugnale, i suoi occhi lucidi. — Mia madre non accetta meno della vittoria totale. Se perdo contro di te, perderò tutto ciò che ho costruito. —

— Allora non perdere — rispose Rebekah con un lampo di genio negli occhi. — Rendiamolo un pareggio leggendario. —

Prima che Aurelia potesse rispondere, un urlo lacerò l’aria. Non era un urlo di guerra, ma di puro terrore. Veniva dal confine del campo, vicino all’albero di Talia.

Rebekah e Aurelia si scambiarono un’occhiata rapida, ogni ostilità dimenticata. Corsero insieme verso la fonte del rumore, superando rami e radici. Quando arrivarono, trovarono una scena da incubo.

Un gruppo di Empuse era riuscito a oltrepassare il confine magico, approfittando di un momento di debolezza della barriera. Percy e Annabeth stavano già combattendo, ma erano in inferiorità numerica.

— Al diavolo la bandiera — esclamò Rebekah, lanciandosi nella mischia.

La sua spada divenne un turbine di bronzo. Accanto a lei, Aurelia combatteva con una ferocia che lasciò Rebekah senza parole. La figlia di Afrodite usava il suo fascino per distrarre i mostri per un millisecondo, quel tanto che bastava per colpirli mortalmente. Erano una coppia letale: la determinazione di Era e la passione di Afrodite unite in un’unica danza di distruzione.

Mentre una delle Empuse si dissolveva in polvere dorata sotto il colpo di Rebekah, la ragazza sentì una strana sensazione di calore nel petto. Non era la rabbia del combattimento, ma la consapevolezza di aver trovato un’alleata dove pensava di avere solo un’avversaria.

Quando l’ultimo mostro fu sconfitto, il silenzio tornò a regnare, interrotto solo dal respiro pesante dei semidei. Chirone arrivò al galoppo, il volto preoccupato.

— State tutti bene? — chiese il centauro, osservando le due ragazze ancora vicine, le spade sguainate.

Rebekah guardò Aurelia. La figlia di Afrodite aveva un taglio sulla guancia e i capelli spettinati, ma non era mai sembrata così vera.

— Stiamo bene, Chirone — rispose Rebekah, rinfoderando la spada. — Abbiamo solo avuto un piccolo cambio di programma. —

Aurelia accennò un sorriso, un gesto piccolo e quasi impercettibile. — La bandiera può aspettare. —

Quella notte, mentre il campo festeggiava la vittoria contro l’incursione, Rebekah tornò nella sua cabina solitaria. Ma questa volta, non si sentiva così sola. Sapeva che oltre le aspettative degli dèi, oltre il ricordo di Kahlan e oltre la maschera di perfezione di Aurelia, c’era qualcosa di nuovo che stava nascendo.

Si sedette sul letto e guardò una piuma di pavone che giaceva sul tavolo. La prese tra le dita, sentendo la morbidezza delle fibre.

— Non sarò un fantasma, madre — sussurrò nell’oscurità. — E non sarò un trofeo. —

Sapeva che il domani avrebbe portato nuove sfide, nuovi mostri e nuove gelosie. Aurelia Vance sarebbe tornata a essere la ragazza popolare e lei la figlia misteriosa di Era. Ma sotto la superficie, il legame forgiato nel bosco era indissolubile. Le due ragazze più potenti del campo avevano capito che la vera forza non stava nel superarsi l’un l’altra, ma nel capire che nessuna delle due doveva portare il peso del mondo da sola.

Rebekah chiuse gli occhi, pronta a sognare non ceneri, ma un futuro che lei stessa avrebbe scritto, un passo alla volta, con la determinazione che l’aveva sempre contraddistinta. La leggenda di Rebekah Vaelor era appena iniziata, e questa volta, non ci sarebbe stata una fine tragica.
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