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Fandom: percy jacksom

Created: 6/27/2026

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FantasyDramaActionCharacter StudyAngstJealousyRetellingSandalpunk
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L’Eredità delle Ceneri e il Peso della Corona

Il riverbero dorato della cabina numero due non era mai stato accogliente per Rebekah Vaelor. Nonostante fosse la sua casa da quattro anni, ogni volta che varcava quella soglia sentiva il peso di mille occhi invisibili posati su di lei. Era una struttura sontuosa, decorata con piume di pavone e marmo bianco, ma vuota. Terribilmente vuota.

Rebekah si guardò allo specchio, sistemandosi la ciocca di capelli biondi che le ricadeva sugli occhi marroni, profondi come terra bagnata e scintillanti di una scintilla divina che non aveva chiesto, ma che aveva imparato a dominare. A sedici anni, la sua bellezza non era quella eterea e costruita delle figlie di Afrodite; era una bellezza primordiale, fatta di muscoli guizzanti, cicatrici di battaglie vinte e uno sguardo che sembrava aver visto la nascita delle stelle.

Era nata dalle ceneri, un dono di Hera a una coppia di mortali che non potevano avere figli. Una piuma di pavone e il soffio della Regina dell'Olimpo avevano dato vita a quella che ora era considerata la semidea più rara del mondo. Dopo la tragica fine di Kahlan, la prima figlia di Hera, il mondo divino aveva giurato che non ce ne sarebbero state altre. E invece, Rebekah era lì.

Uscì dalla cabina, sentendo immediatamente il mormorio del Campo Mezzosangue cambiare frequenza. Non era più la ragazzina smarrita che quattro anni prima divideva la panca con Percy Jackson nella cabina di Hermes. Allora erano solo due reietti: lui il figlio del mare non ancora riconosciuto, lei una biondina silenziosa con un odore di potere così forte da attirare le Furie a chilometri di distanza.

«Ancora a rimirarti nel marmo, Vaelor?»

La voce era come seta intrisa di veleno. Rebekah non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che Aurelia Vance era alle sue spalle, circondata dal suo consueto seguito di ancelle adoranti. Aurelia era la figlia prediletta di Afrodite, una visione di perfezione dai capelli corvini e la pelle di porcellana, ma con un cuore che batteva al ritmo dell'ambizione più sfrenata.

Rebekah si voltò lentamente, incrociando le braccia al petto. Il sole del mattino faceva risaltare la sua statura atletica. «Veramente stavo pensando a quanto sia silenziosa la mia cabina, Aurelia. Dovresti provare ogni tanto. Il silenzio aiuta a pensare, ammesso che tu ne sia capace.»

Un paio di ragazzi della cabina di Apollo, che stavano passando lì vicino, soffocarono una risata. Il volto di Aurelia si contrasse in una smorfia di puro disprezzo.

«La solitudine ti sta dando alla testa,» ribatté Aurelia, avvicinandosi di un passo. L’aria intorno a lei profumava di rose e di un’ammaliante magia che avrebbe fatto cadere chiunque ai suoi piedi. «Ti credi speciale perché sei l’unica. Ma ricordati che essere l’unica significa anche che non ci sarà nessuno a piangerti quando farai la fine di quella povera Kahlan. Sei solo un esperimento di Hera destinato a fallire.»

Il fuoco bruciò nelle vene di Rebekah. Non era rabbia cieca, era il potere regale di sua madre che esigeva rispetto. Ma Rebekah era intelligente, troppo astuta per farsi trascinare in una rissa davanti a Chirone.

«La differenza tra me e te, Aurelia, è che io ho accumulato più missioni di quante tu ne abbia fatte per andare a farti la manicure a Manhattan,» rispose Rebekah con un sorriso calmo e micidiale. «Se vuoi dimostrare di essere superiore, ci vediamo all'arena tra dieci minuti. O hai paura di rovinarti il trucco con un po’ di polvere?»

Senza attendere risposta, Rebekah si incamminò verso l'arena, sentendo lo sguardo furioso di Aurelia bruciarle la schiena.

Lungo la strada, una mano familiare si posò sulla sua spalla. «Sai che le piace solo provocarti, vero?»

Rebekah si rilassò all'istante, riconoscendo il tono ironico di Percy. Accanto a lui, Annabeth teneva un rotolo di pergamena, ma i suoi occhi grigi erano fissi su Rebekah con un misto di ammirazione e preoccupazione.

«Lo so, Percy. Ma oggi non ne ho voglia,» sospirò Rebekah. «È come se ogni giorno dovessi giustificare il fatto che sono viva. Al campo mi guardano come se fossi un reperto archeologico o un trofeo da conquistare.»

«Sei la figlia di Hera, Rebekah,» disse Annabeth, con la solita logica impeccabile. «Rappresenti l'ordine, il matrimonio, ma anche la vendetta divina. E sei potente. Molto più di quanto tu voglia ammettere. Aurelia non odia te, odia il fatto che non può controllarti con il suo fascino.»

«Grover dice che il tuo odore è diventato ancora più intenso negli ultimi mesi,» aggiunse Percy, grattandosi la nuca. «Sembra... beh, sembra che l'Olimpo stia aspettando qualcosa da te.»

Rebekah strinse i pugni. «Quello che l'Olimpo vuole non mi interessa. Voglio solo finire l'addestramento senza che una figlia di Afrodite cerchi di incenerirmi con lo sguardo ogni volta che vado a colazione.»

L'arena era gremita. La sfida tra le due ragazze più potenti del campo era un evento che nessuno voleva perdersi. Da una parte Aurelia Vance, con la sua armatura lucidata a specchio e una lancia che sembrava fatta di luce solare; dall'altra Rebekah Vaelor, che indossava solo i parastinchi e i bracciali di cuoio, impugnando una spada di bronzo celestiale che sembrava vibrare di vita propria.

«Le regole sono semplici,» annunciò Chirone, la cui forma centaurina dominava il centro dello spiazzo. «Primo sangue o sottomissione. Niente colpi mortali. Cominciate.»

Aurelia non perse tempo. Scattò in avanti con una grazia sovrumana, la lancia che fendeva l'aria con una velocità che avrebbe colto di sorpresa chiunque. Ma Rebekah non era chiunque. Si spostò di lato con un movimento fluido, quasi come se avesse previsto la traiettoria del colpo prima ancora che Aurelia lo sferrasse.

«Tutto qui?» la schernì Rebekah, parando un fendente laterale. Il suono del bronzo contro il bronzo echeggiò nell'arena.

Aurelia ringhiò, i suoi occhi azzurri brillarono di una luce innaturale. «Usi la tua forza bruta, ma non hai eleganza! Sei solo un errore della natura!»

Aurelia tentò di usare il *charmspeak*, la lingua ammaliatrice. La sua voce divenne improvvisamente calda, avvolgente, un ordine sussurrato direttamente alla mente di Rebekah: «*Lascia cadere la spada. Arrenditi.*»

Per un istante, il braccio di Rebekah tremò. La folla trattenne il respiro. Ma poi, un bagliore dorato avvolse la figlia di Hera. La volontà di Rebekah era una fortezza d'acciaio. Essere figlia della Regina degli Dei significava possedere una dignità che non poteva essere piegata da semplici trucchetti mentali.

«Mia madre è la regina del cielo, Aurelia,» disse Rebekah, la voce che risuonava con una gravità che fece tremare il terreno. «Pensi davvero che le tue parole possano comandarmi?»

Con un movimento fulmineo, Rebekah disarmò l'avversaria. La lancia di Aurelia volò via, conficcandosi nel terreno a diversi metri di distanza. Prima che la figlia di Afrodite potesse reagire, Rebekah le fu addosso, bloccandole le braccia dietro la schiena e puntandole la punta della spada alla gola.

Il silenzio nell'arena era assoluto.

«Sottomettiti,» ordinò Rebekah, senza un briciolo di cattiveria, ma con una fermezza assoluta.

Aurelia, con il respiro affannato e i capelli spettinati per la prima volta nella sua vita, strinse i denti. «Mi... mi sottometto.»

Rebekah la lasciò andare immediatamente, rinfoderando la spada. Non provava gioia per quella vittoria. Guardò la folla: i ragazzi di Ares che annuivano con rispetto, le figlie di Afrodite che sussurravano scandalizzate, e Percy che le faceva un cenno d'intesa con il pollice alzato.

Mentre usciva dall'arena, Rebekah sentì di nuovo quella sensazione di vuoto. Tutti vedevano la guerriera, la figlia della Regina, la ragazza "rara". Nessuno vedeva Rebekah, quella che di notte sognava ancora la sua famiglia mortale e il calore di una casa che non esisteva più.

Si rifugiò sulla collina di Mezzosangue, all'ombra del Pino di Thalia. Da lì poteva vedere tutto il campo, una distesa di tende e attività che sembrava così piccola rispetto al destino che sentiva pesare sulle spalle.

«Ti sei comportata bene laggiù.»

Rebekah si voltò. Non era né Percy, né Annabeth. Era una donna alta, vestita con un abito di seta che sembrava mutare colore come le piume di un pavone. Il suo volto era di una bellezza terrificante, severo ma non privo di una strana, distante forma di affetto.

«Madre,» disse Rebekah, chinando leggermente il capo. Non era comune che Hera si manifestasse così apertamente.

«Hai dimostrato carattere, Rebekah. Aurelia Vance è una distrazione, un rumore di fondo. Tu sei stata creata per scopi più alti.»

«Scopi che includono il morire come Kahlan?» chiese Rebekah, con una nota di amarezza che non riuscì a trattenere.

Hera si avvicinò, e per un momento il profumo di incenso e aria di montagna avvolse la ragazza. «Kahlan era fragile. Tu sei stata forgiata nelle ceneri per resistere al fuoco che verrà. Il mondo sta cambiando, figlia mia. Gli dei sono inquieti, e i semidei sono pedine in un gioco molto più grande di quanto Chirone vi lasci intendere.»

«Perché io?» chiese Rebekah, guardando sua madre negli occhi. «Perché non lasciarmi alla mia famiglia mortale? Perché fare di me l'unica?»

Hera le sfiorò il viso con una mano fredda come il marmo. «Perché la monarchia ha bisogno di un erede, anche tra i mortali. E perché io avevo bisogno di qualcosa che fosse puramente mio. Non un errore nato da una scappatella, ma un dono fatto di volontà e potere.»

La dea cominciò a svanire, diventando una nebbia dorata. «Preparati, Rebekah Vaelor. La tua sedicesima estate non è ancora finita, e il peso della corona che porti invisibile sulla testa diventerà presto insopportabile. Dimostra di essere degna del nome che porti.»

Rebekah rimase sola sulla collina. Il vento scuoteva le foglie del pino. Sotto di lei, la vita del campo continuava: le risate alla mensa, il rumore delle spade, i litigi tra le cabine.

Si toccò il petto, dove sentiva battere il cuore forte e costante. Aurelia Vance, la gelosia, le missioni, le aspettative... tutto sembrava svanire di fronte al presagio di sua madre.

Sapeva che molti la desideravano perché era "nuova", perché era "rara". Ma mentre guardava l'orizzonte dove il sole cominciava a calare, Rebekah Vaelor giurò a se stessa che non sarebbe stata la pedina di nessuno. Non sarebbe stata l'ombra di Kahlan, né il trofeo di Hera.

Sarebbe stata Rebekah. E se il mondo stava per bruciare, lei era già nata dalle ceneri una volta. Sapeva esattamente come sopravvivere al fuoco.

Si voltò e tornò verso il campo, con il passo deciso di chi non ha più paura del buio, perché sa di avere la luce del comando dentro di sé. La battaglia tra lei e Aurelia era solo l'inizio di una guerra molto più profonda, una guerra per la propria identità in un mondo che voleva solo farne un mito.
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