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what could we be?
Fandom: percy jackson
Created: 6/30/2026
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FantasyDramaAngstActionCharacter StudyJealousySandalpunkCanon Setting
Il Sangue della Regina e il Profumo delle Rose
La brezza del Long Island Sound portava con sé l’odore del sale e quello, molto più pungente, delle fragole mature. Rebekah Vaelor sedeva sul porticato della Casa Grande, osservando l’addestramento mattutino con una calma che molti scambiavano per alterigia. I suoi lunghi capelli biondi, mossi come le onde del mare di Percy, ricadevano sulle spalle come una cascata d’oro pallido, incorniciando un viso dai lineamenti così simmetrici da sembrare scolpiti nel marmo. I suoi occhi marroni, caldi e profondi, non si perdevano un solo movimento nell'arena.
Era nata dalle ceneri e da una piuma di pavone, un miracolo di Era che la regina degli dei aveva concesso al mondo mortale prima che il destino la richiamasse al Campo Mezzosangue. A sedici anni, Rebekah non era solo una semidea; era un’anomalia. La seconda figlia di Era in millenni, l’unica rimasta in vita dopo la tragica fine di Kahlan. Il peso di quel fantasma le gravava sulle spalle ogni volta che entrava nella cabina numero due, un tempio solitario dove il silenzio era l’unico compagno.
«Ancora a studiare le tattiche altrui, Vaelor? O stai solo aspettando che qualcuno venga a lucidarti i sandali?»
La voce era come seta intrisa di veleno. Rebekah non ebbe bisogno di voltarsi per sapere chi fosse. Il profumo di rose e vaniglia arrivò un istante prima della proprietaria, un aroma così dolce da risultare nauseante.
Aurelia Vance fece il suo ingresso sul porticato con la grazia di una pantera. Era bellissima, in quel modo crudele che solo le figlie di Afrodite potevano permettersi. Capelli neri come la notte, occhi azzurri come il ghiaccio e una pelle perfetta che sembrava brillare di luce propria. Dietro di lei, il suo solito seguito di ragazze della cabina dieci ridacchiava, scambiandosi sguardi complici.
Rebekah sollevò lentamente lo sguardo, sostenendo quello di Aurelia senza battere ciglio. «Stavo osservando come i nuovi arrivati abbiano più coordinazione di te durante l'ultima caccia alla bandiera, Aurelia. È affascinante, davvero.»
Il sorriso di Aurelia svanì per un microsecondo, sostituito da una scintilla di pura rabbia. «La coordinazione è per chi non ha abbastanza fascino da far fare il lavoro sporco agli altri. Ma immagino che per una come te, cresciuta tra le ceneri, il concetto di eleganza sia un po’… astratto.»
«Eppure,» ribatté Rebekah, alzandosi con una lentezza studiata che la rendeva più alta di quanto non fosse, «nonostante la mia mancanza di eleganza, Chirone ha affidato a me la direzione della prossima missione. Di nuovo. Forse il fascino non è la valuta più forte sull’Olimpo.»
Le ragazze dietro Aurelia sussultarono. La rivalità tra le due era leggendaria al campo. Da quando Rebekah era stata riconosciuta da Era, l’attenzione si era spostata brutalmente su di lei. Non era solo la figlia di una delle "Tre Grandi" (metaforicamente parlando, data la rarità del suo lignaggio), ma era anche una guerriera eccezionale. Aveva accumulato più missioni di chiunque altro, sopravvivendo a mostri che avrebbero fatto tremare un figlio di Ares.
Aurelia fece un passo avanti, invadendo lo spazio personale di Rebekah. Il suo potere di ammaliamento aleggiava nell'aria, una pressione invisibile che spingeva chiunque a volerle compiacere, a volerle chiedere scusa. Ma Rebekah era la figlia della Regina. La sua mente era una fortezza difesa dalla volontà di ferro di sua madre.
«Tutti ti guardano come se fossi una reliquia sacra,» sussurrò Aurelia, la voce carica di un disprezzo vibrante. «Ma io vedo cosa sei veramente. Sei solo un rimpiazzo. Un tentativo disperato di Era di correggere l’errore fatto con Kahlan. Sei un’ombra che cammina nel ricordo di una morta.»
Il colpo era basso, mirato dritto al cuore del trauma di Rebekah. Ma la bionda non vacillò. Anzi, un sorriso gelido le illuminò il volto.
«Se sono un’ombra, Aurelia, allora perché ti senti così oscurata dalla mia presenza?»
Aurelia strinse i pugni, le nocche bianche. Prima che potesse rispondere, il corno della conchiglia risuonò attraverso la valle, annunciando l’inizio dei duelli pomeridiani.
«Nell'arena, Vaelor,» disse Aurelia, recuperando il suo contegno regale. «Vedremo se la tua lingua è affilata quanto la tua spada. O se sei solo fumo e piume.»
«Non vedo l’ora,» rispose Rebekah, voltandosi e incamminandosi verso l’armeria senza guardarsi indietro.
L’arena era gremita. La voce che Rebekah e Aurelia si sarebbero affrontate si era sparsa in pochi minuti, come un incendio in una foresta secca. Percy e Annabeth erano seduti sui gradoni più bassi. Percy scambiò uno sguardo preoccupato con Rebekah, ma lei gli fece un piccolo cenno col capo. Sapeva che lui capiva cosa significasse avere gli occhi di tutti addosso, aspettando un fallimento.
Aurelia entrò nell'arena impugnando una lancia sottile, la punta di bronzo celeste che brillava sotto il sole. Non indossava l’armatura completa; sosteneva che intralciasse i suoi movimenti, ma Rebekah sapeva che era solo vanità. Voleva che tutti vedessero la sua bellezza anche nel bel mezzo del combattimento.
Rebekah, al contrario, indossava i suoi schinieri e il pettorale di cuoio rinforzato. Impugnava una spada corta, bilanciata alla perfezione. Il suo stile non era appariscente, era efficiente. Ogni movimento era calcolato per terminare lo scontro il più velocemente possibile.
«Le regole sono semplici,» annunciò Chirone dal centro dell'arena, la sua forma equina imponente. «Primo sangue o resa. Niente colpi letali. Cominciate.»
Aurelia non perse tempo. Scattò in avanti con una velocità sorprendente, la lancia che fischiava nell'aria. Era forte, molto più di quanto la sua facciata superficiale lasciasse intendere. La sua forza non derivava solo dai muscoli, ma da una determinazione feroce, quasi disperata, di essere la migliore.
Rebekah parò il primo colpo, il metallo che strideva contro il metallo. Sentì la vibrazione risalire lungo il braccio. Aurelia ruotò l’arma, cercando di colpirla alle gambe, ma Rebekah saltò all'indietro con una grazia felina.
«Ti nascondi dietro lo scudo, Regina?» schernì Aurelia, sferzando l’aria.
«Sto solo aspettando che tu finisca di fare la modella e inizi a combattere sul serio,» ribatté Rebekah.
Aurelia ringhiò e lanciò un affondo centrale. Rebekah non si limitò a parare; scartò di lato e usò il piatto della spada per deviare la punta della lancia verso il basso, calpestando poi l’asta per bloccarla a terra. In un movimento fluido, portò la punta della sua spada alla gola di Aurelia.
Il silenzio cadde sull'arena. Aurelia era immobile, il respiro affannoso, gli occhi azzurri spalancati per lo shock.
«Resa?» chiese Rebekah a bassa voce.
Ma Aurelia non era una che si arrendeva facilmente. Con un movimento brusco, lasciò andare la lancia e si gettò addosso a Rebekah, colpendola al volto con un pugno. Rebekah barcollò, sorpresa dalla scorrettezza, e Aurelia ne approfittò per atterrarla.
Le due rotolarono nella polvere, un groviglio di membra, capelli biondi e neri. Non era più un duello elegante; era una rissa. Aurelia cercava di usare il suo fascino per annebbiare i sensi di Rebekah, sussurrando parole di dubbio, cercando di farle pesare il fallimento che sarebbe stata per sua madre.
«Lei non ti ama!» gridò Aurelia, mentre Rebekah cercava di bloccarle i polsi. «Sei solo uno strumento! Un trofeo da esporre!»
Rebekah sentì la rabbia divampare. Non era la rabbia cieca di Ares, era la fredda furia di una regina tradita. Con un colpo di reni, ribaltò la situazione, inchiodando Aurelia al suolo. Le premette l’avambraccio contro il collo, non abbastanza da soffocarla, ma quanto bastava per farle capire chi avesse il controllo.
«Forse hai ragione,» disse Rebekah, la voce che tremava per l’emozione repressa. «Forse sono solo uno strumento. Ma sono uno strumento che sa come distruggerti, Aurelia. Tu giochi a fare la regina del campo perché hai paura. Hai paura che, se smettessi di essere la più bella o la più popolare, non rimarrebbe nulla di te. Solo un guscio vuoto.»
Gli occhi di Aurelia si riempirono di lacrime, non di tristezza, ma di pura, bruciante umiliazione. «Ti odio,» sussurrò.
«Lo so,» rispose Rebekah, lasciandola andare e alzandosi in piedi. Si ripulì la polvere dai vestiti, cercando di ignorare il labbro spaccato. «È l’unica cosa onesta che tu mi abbia mai detto.»
Rebekah raccolse la sua spada e uscì dall'arena senza aspettare il verdetto ufficiale di Chirone. Sentiva gli sguardi dei ragazzi su di lei – sguardi pieni di ammirazione, desiderio e timore. Era la nuova stella, la rarità, la figlia della Regina. Ma mentre camminava verso la cabina numero due, si sentiva più sola che mai.
Più tardi, quella sera, Rebekah sedeva sul molo, i piedi che sfioravano l’acqua fredda. Il rumore dei passi sulla sabbia la avvertì dell’arrivo di qualcuno. Non era Aurelia. Il passo era troppo pesante e irregolare.
«Bella mossa quella con la lancia,» disse Percy, sedendosi accanto a lei. «Anche se il pugno in faccia mi è sembrato un po’ eccessivo, persino per lei.»
Rebekah accennò un sorriso amaro. «Aurelia non accetta di perdere. Per lei, la sconfitta è una macchia sull'immagine che ha costruito con tanta fatica.»
«E per te?» chiese Percy, guardando l’orizzonte. «Cos'è la sconfitta per te?»
Rebekah rimase in silenzio per un lungo momento. Guardò il riflesso della luna sull'acqua, pensando alla piuma di pavone da cui era nata, al fuoco che l’aveva forgiata.
«La sconfitta è diventare ciò che loro vedono,» rispose infine. «Un’ombra. Un ricordo. Se fallisco, non fallisco solo io. Fallisce il ricordo di mia sorella. Fallisce l’onore di mia madre. È un peso che Aurelia non potrebbe nemmeno sollevare, nonostante tutta la sua forza.»
«Non sei sola, Rebekah,» disse Percy, posandole una mano sulla spalla. «Anche se tua madre è quella che è, qui al campo hai degli amici. Non siamo tutti qui per adorarti o per odiarti.»
«Lo so, Percy. E ti ringrazio.»
Mentre Percy si alzava per tornare ai padiglioni, Rebekah rimase ancora un po’ a guardare il mare. Sapeva che la tregua con Aurelia non sarebbe mai arrivata. Erano due facce della stessa medaglia: entrambe schiacciate dalle aspettative, entrambe costrette a recitare un ruolo che non avevano scelto.
Aurelia Vance, nella cabina dieci, si stava guardando allo specchio, coprendo con il trucco un piccolo livido sullo zigomo. Le sue sorelle sussurravano nell'angolo, ma lei le ignorava. Il suo riflesso le restituiva l’immagine di una ragazza perfetta, ma lei vedeva solo la crepa che Rebekah aveva aperto nella sua armatura.
L’odio tra loro non era superficiale. Era una necessità. Rebekah ricordava ad Aurelia tutto ciò che non poteva avere: una discendenza che incuteva rispetto senza bisogno di sorrisi, e una forza che non vacillava sotto il peso del giudizio. E Aurelia ricordava a Rebekah tutto ciò che aveva perso: la semplicità di una vita mortale, e la libertà di non essere un simbolo.
Non ci sarebbe stata riappacificazione. Non tra il sangue della Regina e il profumo delle Rose. Solo una guerra fredda che avrebbe continuato a bruciare tra le colline del Campo Mezzosangue, finché una delle due non si fosse spezzata definitivamente.
Rebekah si alzò, raddrizzando la schiena. Sentiva il potere di Era scorrere nelle sue vene, un calore regale che le chiedeva di non piegarsi mai. Si incamminò verso la sua cabina solitaria, pronta per la prossima missione, pronta per la prossima battaglia. Perché nel mondo degli dei, non c’era spazio per la debolezza, e lei non aveva intenzione di essere la prima a cadere.
Era nata dalle ceneri e da una piuma di pavone, un miracolo di Era che la regina degli dei aveva concesso al mondo mortale prima che il destino la richiamasse al Campo Mezzosangue. A sedici anni, Rebekah non era solo una semidea; era un’anomalia. La seconda figlia di Era in millenni, l’unica rimasta in vita dopo la tragica fine di Kahlan. Il peso di quel fantasma le gravava sulle spalle ogni volta che entrava nella cabina numero due, un tempio solitario dove il silenzio era l’unico compagno.
«Ancora a studiare le tattiche altrui, Vaelor? O stai solo aspettando che qualcuno venga a lucidarti i sandali?»
La voce era come seta intrisa di veleno. Rebekah non ebbe bisogno di voltarsi per sapere chi fosse. Il profumo di rose e vaniglia arrivò un istante prima della proprietaria, un aroma così dolce da risultare nauseante.
Aurelia Vance fece il suo ingresso sul porticato con la grazia di una pantera. Era bellissima, in quel modo crudele che solo le figlie di Afrodite potevano permettersi. Capelli neri come la notte, occhi azzurri come il ghiaccio e una pelle perfetta che sembrava brillare di luce propria. Dietro di lei, il suo solito seguito di ragazze della cabina dieci ridacchiava, scambiandosi sguardi complici.
Rebekah sollevò lentamente lo sguardo, sostenendo quello di Aurelia senza battere ciglio. «Stavo osservando come i nuovi arrivati abbiano più coordinazione di te durante l'ultima caccia alla bandiera, Aurelia. È affascinante, davvero.»
Il sorriso di Aurelia svanì per un microsecondo, sostituito da una scintilla di pura rabbia. «La coordinazione è per chi non ha abbastanza fascino da far fare il lavoro sporco agli altri. Ma immagino che per una come te, cresciuta tra le ceneri, il concetto di eleganza sia un po’… astratto.»
«Eppure,» ribatté Rebekah, alzandosi con una lentezza studiata che la rendeva più alta di quanto non fosse, «nonostante la mia mancanza di eleganza, Chirone ha affidato a me la direzione della prossima missione. Di nuovo. Forse il fascino non è la valuta più forte sull’Olimpo.»
Le ragazze dietro Aurelia sussultarono. La rivalità tra le due era leggendaria al campo. Da quando Rebekah era stata riconosciuta da Era, l’attenzione si era spostata brutalmente su di lei. Non era solo la figlia di una delle "Tre Grandi" (metaforicamente parlando, data la rarità del suo lignaggio), ma era anche una guerriera eccezionale. Aveva accumulato più missioni di chiunque altro, sopravvivendo a mostri che avrebbero fatto tremare un figlio di Ares.
Aurelia fece un passo avanti, invadendo lo spazio personale di Rebekah. Il suo potere di ammaliamento aleggiava nell'aria, una pressione invisibile che spingeva chiunque a volerle compiacere, a volerle chiedere scusa. Ma Rebekah era la figlia della Regina. La sua mente era una fortezza difesa dalla volontà di ferro di sua madre.
«Tutti ti guardano come se fossi una reliquia sacra,» sussurrò Aurelia, la voce carica di un disprezzo vibrante. «Ma io vedo cosa sei veramente. Sei solo un rimpiazzo. Un tentativo disperato di Era di correggere l’errore fatto con Kahlan. Sei un’ombra che cammina nel ricordo di una morta.»
Il colpo era basso, mirato dritto al cuore del trauma di Rebekah. Ma la bionda non vacillò. Anzi, un sorriso gelido le illuminò il volto.
«Se sono un’ombra, Aurelia, allora perché ti senti così oscurata dalla mia presenza?»
Aurelia strinse i pugni, le nocche bianche. Prima che potesse rispondere, il corno della conchiglia risuonò attraverso la valle, annunciando l’inizio dei duelli pomeridiani.
«Nell'arena, Vaelor,» disse Aurelia, recuperando il suo contegno regale. «Vedremo se la tua lingua è affilata quanto la tua spada. O se sei solo fumo e piume.»
«Non vedo l’ora,» rispose Rebekah, voltandosi e incamminandosi verso l’armeria senza guardarsi indietro.
L’arena era gremita. La voce che Rebekah e Aurelia si sarebbero affrontate si era sparsa in pochi minuti, come un incendio in una foresta secca. Percy e Annabeth erano seduti sui gradoni più bassi. Percy scambiò uno sguardo preoccupato con Rebekah, ma lei gli fece un piccolo cenno col capo. Sapeva che lui capiva cosa significasse avere gli occhi di tutti addosso, aspettando un fallimento.
Aurelia entrò nell'arena impugnando una lancia sottile, la punta di bronzo celeste che brillava sotto il sole. Non indossava l’armatura completa; sosteneva che intralciasse i suoi movimenti, ma Rebekah sapeva che era solo vanità. Voleva che tutti vedessero la sua bellezza anche nel bel mezzo del combattimento.
Rebekah, al contrario, indossava i suoi schinieri e il pettorale di cuoio rinforzato. Impugnava una spada corta, bilanciata alla perfezione. Il suo stile non era appariscente, era efficiente. Ogni movimento era calcolato per terminare lo scontro il più velocemente possibile.
«Le regole sono semplici,» annunciò Chirone dal centro dell'arena, la sua forma equina imponente. «Primo sangue o resa. Niente colpi letali. Cominciate.»
Aurelia non perse tempo. Scattò in avanti con una velocità sorprendente, la lancia che fischiava nell'aria. Era forte, molto più di quanto la sua facciata superficiale lasciasse intendere. La sua forza non derivava solo dai muscoli, ma da una determinazione feroce, quasi disperata, di essere la migliore.
Rebekah parò il primo colpo, il metallo che strideva contro il metallo. Sentì la vibrazione risalire lungo il braccio. Aurelia ruotò l’arma, cercando di colpirla alle gambe, ma Rebekah saltò all'indietro con una grazia felina.
«Ti nascondi dietro lo scudo, Regina?» schernì Aurelia, sferzando l’aria.
«Sto solo aspettando che tu finisca di fare la modella e inizi a combattere sul serio,» ribatté Rebekah.
Aurelia ringhiò e lanciò un affondo centrale. Rebekah non si limitò a parare; scartò di lato e usò il piatto della spada per deviare la punta della lancia verso il basso, calpestando poi l’asta per bloccarla a terra. In un movimento fluido, portò la punta della sua spada alla gola di Aurelia.
Il silenzio cadde sull'arena. Aurelia era immobile, il respiro affannoso, gli occhi azzurri spalancati per lo shock.
«Resa?» chiese Rebekah a bassa voce.
Ma Aurelia non era una che si arrendeva facilmente. Con un movimento brusco, lasciò andare la lancia e si gettò addosso a Rebekah, colpendola al volto con un pugno. Rebekah barcollò, sorpresa dalla scorrettezza, e Aurelia ne approfittò per atterrarla.
Le due rotolarono nella polvere, un groviglio di membra, capelli biondi e neri. Non era più un duello elegante; era una rissa. Aurelia cercava di usare il suo fascino per annebbiare i sensi di Rebekah, sussurrando parole di dubbio, cercando di farle pesare il fallimento che sarebbe stata per sua madre.
«Lei non ti ama!» gridò Aurelia, mentre Rebekah cercava di bloccarle i polsi. «Sei solo uno strumento! Un trofeo da esporre!»
Rebekah sentì la rabbia divampare. Non era la rabbia cieca di Ares, era la fredda furia di una regina tradita. Con un colpo di reni, ribaltò la situazione, inchiodando Aurelia al suolo. Le premette l’avambraccio contro il collo, non abbastanza da soffocarla, ma quanto bastava per farle capire chi avesse il controllo.
«Forse hai ragione,» disse Rebekah, la voce che tremava per l’emozione repressa. «Forse sono solo uno strumento. Ma sono uno strumento che sa come distruggerti, Aurelia. Tu giochi a fare la regina del campo perché hai paura. Hai paura che, se smettessi di essere la più bella o la più popolare, non rimarrebbe nulla di te. Solo un guscio vuoto.»
Gli occhi di Aurelia si riempirono di lacrime, non di tristezza, ma di pura, bruciante umiliazione. «Ti odio,» sussurrò.
«Lo so,» rispose Rebekah, lasciandola andare e alzandosi in piedi. Si ripulì la polvere dai vestiti, cercando di ignorare il labbro spaccato. «È l’unica cosa onesta che tu mi abbia mai detto.»
Rebekah raccolse la sua spada e uscì dall'arena senza aspettare il verdetto ufficiale di Chirone. Sentiva gli sguardi dei ragazzi su di lei – sguardi pieni di ammirazione, desiderio e timore. Era la nuova stella, la rarità, la figlia della Regina. Ma mentre camminava verso la cabina numero due, si sentiva più sola che mai.
Più tardi, quella sera, Rebekah sedeva sul molo, i piedi che sfioravano l’acqua fredda. Il rumore dei passi sulla sabbia la avvertì dell’arrivo di qualcuno. Non era Aurelia. Il passo era troppo pesante e irregolare.
«Bella mossa quella con la lancia,» disse Percy, sedendosi accanto a lei. «Anche se il pugno in faccia mi è sembrato un po’ eccessivo, persino per lei.»
Rebekah accennò un sorriso amaro. «Aurelia non accetta di perdere. Per lei, la sconfitta è una macchia sull'immagine che ha costruito con tanta fatica.»
«E per te?» chiese Percy, guardando l’orizzonte. «Cos'è la sconfitta per te?»
Rebekah rimase in silenzio per un lungo momento. Guardò il riflesso della luna sull'acqua, pensando alla piuma di pavone da cui era nata, al fuoco che l’aveva forgiata.
«La sconfitta è diventare ciò che loro vedono,» rispose infine. «Un’ombra. Un ricordo. Se fallisco, non fallisco solo io. Fallisce il ricordo di mia sorella. Fallisce l’onore di mia madre. È un peso che Aurelia non potrebbe nemmeno sollevare, nonostante tutta la sua forza.»
«Non sei sola, Rebekah,» disse Percy, posandole una mano sulla spalla. «Anche se tua madre è quella che è, qui al campo hai degli amici. Non siamo tutti qui per adorarti o per odiarti.»
«Lo so, Percy. E ti ringrazio.»
Mentre Percy si alzava per tornare ai padiglioni, Rebekah rimase ancora un po’ a guardare il mare. Sapeva che la tregua con Aurelia non sarebbe mai arrivata. Erano due facce della stessa medaglia: entrambe schiacciate dalle aspettative, entrambe costrette a recitare un ruolo che non avevano scelto.
Aurelia Vance, nella cabina dieci, si stava guardando allo specchio, coprendo con il trucco un piccolo livido sullo zigomo. Le sue sorelle sussurravano nell'angolo, ma lei le ignorava. Il suo riflesso le restituiva l’immagine di una ragazza perfetta, ma lei vedeva solo la crepa che Rebekah aveva aperto nella sua armatura.
L’odio tra loro non era superficiale. Era una necessità. Rebekah ricordava ad Aurelia tutto ciò che non poteva avere: una discendenza che incuteva rispetto senza bisogno di sorrisi, e una forza che non vacillava sotto il peso del giudizio. E Aurelia ricordava a Rebekah tutto ciò che aveva perso: la semplicità di una vita mortale, e la libertà di non essere un simbolo.
Non ci sarebbe stata riappacificazione. Non tra il sangue della Regina e il profumo delle Rose. Solo una guerra fredda che avrebbe continuato a bruciare tra le colline del Campo Mezzosangue, finché una delle due non si fosse spezzata definitivamente.
Rebekah si alzò, raddrizzando la schiena. Sentiva il potere di Era scorrere nelle sue vene, un calore regale che le chiedeva di non piegarsi mai. Si incamminò verso la sua cabina solitaria, pronta per la prossima missione, pronta per la prossima battaglia. Perché nel mondo degli dei, non c’era spazio per la debolezza, e lei non aveva intenzione di essere la prima a cadere.
