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dead roses in me

Fandom: acotar

Created: 8/24/2026

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FantasyDramaAngstHurt/ComfortPsychologicalAdventureDivergenceHuman ExperimentationCharacter Study
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L'eco del Silenzio Dorato

Rebekah Valeor fissava il riflesso nel vetro appannato della finestra, ma la donna che le restituiva lo sguardo non era quella che ricordava. I capelli castano biondi, un tempo mossi dal vento delle terre umane, cadevano ora in onde perfette e pesanti sulle sue spalle, quasi troppo lucenti per essere reali. I suoi occhi azzurri, che un tempo avevano brillato di una curiosità infantile, erano ora solcati da venature dorate, simili a crepe in un cristallo prezioso.

Era bellissima. Una bellezza che faceva male, una bellezza che non le apparteneva, ma che era stata scolpita dal tocco gelido di Amarantha e dalla magia rubata alla morte.

Appoggiò la mano sul vetro. La pelle era liscia, priva di quelle piccole cicatrici che si era procurata lavorando nei campi o aiutando Feyre a raccogliere legna. Sotto quella superficie perfetta, però, Rebekah sentiva qualcosa pulsare. Non era un battito cardiaco, o almeno non solo quello. Era un ronzio, un formicolio oscuro che le risaliva lungo la spina dorsale ogni volta che provava un’emozione troppo forte.

La Corte della Primavera era in fiore, un’esplosione di profumi e colori che avrebbe dovuto essere un paradiso. Invece, per Rebekah, era diventata un sudario profumato.

Il ricordo dell'ultima volta che aveva visto Feyre era un chiodo piantato nel petto. Il terrore negli occhi della sua amica quando le mura della villa si erano trasformate in una gabbia dorata, la disperazione di una creatura che aveva appena imparato a volare e si ritrovava con le ali spezzate dal suo stesso compagno. E poi, l’arrivo di quella donna, Morrigan.

Rebekah ricordava la luce che emanava, la forza selvaggia e antica. Aveva sperato, per un battito di ciglia, che quella mano tesa fosse anche per lei. Invece, Morrigan aveva preso Feyre, e il mondo era crollato di nuovo.

— Non dovresti stare qui a guardare il vuoto, Rebekah. Fa male all'anima.

La voce di Tamlin giunse dalla porta, bassa e carica di una tensione che ormai non lo abbandonava mai. Rebekah non si voltò. Sentì il profumo di terra bagnata e rose che lo accompagnava, un tempo rassicurante, ora soffocante.

— L'anima è l'unica cosa che mi è rimasta, Tamlin — rispose lei, la voce che suonava più profonda, più melodica di quanto fosse mai stata da umana. — Anche se non sono sicura di quanta ne sia rimasta dopo Sotto la Montagna.

Sentì i passi pesanti del Signore Supremo avvicinarsi. Tamlin si fermò a pochi metri da lei, come se avesse paura di ciò che Rebekah era diventata, o forse di ciò che lei gli ricordava.

— Feyre tornerà — disse lui, più a se stesso che a lei. — Quel mostro la tiene prigioniera, ma troverò il modo di riportarla a casa. E tu sarai qui ad accoglierla. Siete amiche, no? È questo che volete entrambe. La sicurezza.

Rebekah si voltò finalmente, incrociando lo sguardo verde e tormentato di lui. Sentì quella scintilla dorata nei suoi occhi accendersi, un riflesso involontario della sua magia che reagiva all'agitazione di Tamlin.

— Sicurezza? — chiese lei con un sorriso amaro. — È questo che chiami sicurezza, Tamlin? Chiudere le porte? Mettere le guardie? Feyre non è un trofeo da proteggere in una teca. E io non sono un animale domestico che puoi tenere qui per farla sentire a casa quando tornerà.

Il volto di Tamlin si contrasse. Per un istante, i suoi lineamenti si fecero bestiali, le unghie che si allungavano leggermente contro i palmi delle mani.

— Non capisci — ringhiò lui. — Non sai cosa c'è là fuori. Non sai cosa Rhysand è capace di fare. Ti ha vista Sotto la Montagna, Rebekah. Sa cosa sei. Se uscissi da questi confini, saresti una preda. Amarantha ti ha trasformata in qualcosa di unico. Pensi che i Signori Supremi ti lascerebbero vivere in pace?

— Amarantha mi ha uccisa — lo corresse lei, facendo un passo avanti. La sua magia vibrò nell'aria, facendo tremare leggermente i vetri della stanza. — Mi ha uccisa e mi ha usata come un esperimento. Se sono viva, è perché ho strappato il suo legame con le mie stesse mani. Non ho paura di Rhysand. Ho paura di restare qui a marcire mentre il mondo continua a girare.

Tamlin la fissò con un misto di rabbia e pietà.

— Resterai qui, Rebekah. Per il tuo bene. E per quello di Feyre. Non permetterò che accada altro male a nessuna delle due. Le guardie hanno ordine di non lasciarti superare il giardino sud.

Senza aggiungere altro, si voltò e uscì, lasciando dietro di sé il rumore pesante della porta che si chiudeva e lo scatto metallico di una serratura magica.

Rebekah rimase sola nel silenzio della stanza. Si guardò le mani. Erano piccole, apparentemente fragili, ma sentiva il potere di Amarantha — o forse qualcosa che era nato dalla fusione tra quel potere e la sua stessa volontà di sopravvivere — che premeva contro la sua pelle.

Si sedette sul bordo del letto, affondando le dita nelle coperte di seta. I mesi trascorsi Sotto la Montagna le tornavano in mente come frammenti di un incubo lucido. Ricordava il freddo delle catene, la voce stridula della Regina che le sussurrava all'orecchio ordini che il suo corpo non poteva ignorare. Ricordava la sensazione del proprio cuore che si fermava, e poi quella scarica violenta, innaturale, che l'aveva riportata indietro.

Sei mia, piccola umana, le diceva Amarantha. Sei il mio giocattolo più bello.

Rebekah chiuse gli occhi e strinse i denti. "Non più," pensò. "Non sono di nessuno."

Ma la verità era che si sentiva ancora in catene. Se Feyre era alla Corte della Notte, con il Signore Supremo che tutti descrivevano come il male incarnato, allora era davvero sola. Chi avrebbe potuto aiutarla? Lucien era fedele a Tamlin, nonostante i suoi dubbi. Le sentinelle eseguivano gli ordini.

Passarono le ore. Il sole iniziò a calare, tingendo il cielo di sfumature violacee e arancioni. Rebekah si alzò e si avvicinò di nuovo alla finestra. Vide le guardie pattugliare il perimetro del giardino. Erano lì per lei.

Sentì una pressione improvvisa al centro del petto. Un richiamo.

Non era la voce di Amarantha, ma qualcosa di simile. Un’eco di quel potere oscuro che le era stato infuso. Si rese conto che, sebbene la Regina fosse morta, la magia che aveva usato per rianimarla era ancora viva dentro di lei. Era una magia fatta di ombre e di comando, di volontà che piegava la realtà.

Rebekah si concentrò su quel ronzio. Provò a spingerlo verso l'esterno, verso la serratura della porta.

All'inizio non accadde nulla. Poi, sentì una resistenza, come se stesse cercando di smuovere una montagna con un soffio. Sudò per lo sforzo, le vene dorate nei suoi occhi che brillavano di una luce sinistra.

Apriti, pensò con una ferocia che non sapeva di possedere. Io non sono una prigioniera.

Un clic secco e metallico risuonò nella stanza.

La porta si socchiuse.

Rebekah rimase immobile, il fiato corto. Ce l'aveva fatta. La sua magia non era solo un'aura passiva; era uno strumento. Un'arma.

Uscì nel corridoio con cautela. La villa era silenziosa, interrotta solo dal fruscio del vento tra le fronde degli alberi che crescevano all'interno delle mura. Si muoveva come un'ombra, i suoi sensi da Fae allertati per ogni minimo rumore. Poteva sentire il battito del cuore di una sentinella al piano di sotto, l'odore del vino che Tamlin stava bevendo nel suo studio.

Raggiunse la balconata che dava sul giardino principale. L'aria notturna era fresca e carica del profumo di gelsomino. Oltre le colline della Primavera, il mondo si estendeva infinito e ignoto.

— Dove pensi di andare, Rebekah?

La voce di Lucien la fece sussultare. Era appoggiato a una colonna, le braccia incrociate sul petto. Il suo occhio metallico ruotava freneticamente, catturando la scarsa luce della luna.

Rebekah si irrigidì, pronta a combattere, pronta a scatenare quel potere che le bruciava nelle vene.

— Lontano da qui, Lucien. Non puoi fermarmi.

Lucien fece un passo avanti, la luce della luna che rivelava la stanchezza sul suo volto.

— Tamlin è fuori di sé. Se ti trova a scappare, non so cosa potrebbe fare. È convinto di proteggerti.

— Mi sta distruggendo — rispose lei, la voce che tremava per la rabbia trattenuta. — Mi guarda e vede un promemoria del suo fallimento Sotto la Montagna. Mi tiene qui perché ha paura che io sia una spia, o un mostro, o semplicemente perché non sa cos'altro fare di me. Ma io non sono un oggetto, Lucien. Ero un'umana che ha attraversato il muro per amore di un'amica. Quella ragazza è morta, ma quella che ha preso il suo posto non ha intenzione di vivere in una gabbia.

Lucien sospirò, guardando verso l'orizzonte.

— Feyre... lei non sta male dove si trova. Lo sento. Il legame del patto è strano, ma non trasmette sofferenza.

Rebekah lo guardò con sorpresa.

— Vuoi dire che Rhysand non la sta torturando?

— Non credo. Ma Tamlin non vuole sentir ragioni. Per lui, chiunque non sia sotto il suo controllo è in pericolo o è un nemico.

Rebekah si avvicinò a Lucien, posandogli una mano sul braccio. La sua pelle emanava un calore innaturale.

— Allora aiutami. Lasciami andare. Non dirgli nulla finché non sarò lontana.

Lucien guardò la mano di lei, poi i suoi occhi azzurri e dorati. Vide la determinazione, la scintilla di quel potere che aveva ucciso una Regina.

— Dove andrai? Non hai nessuno.

— Troverò Feyre — disse lei con fermezza. — O troverò me stessa. Ma non lo farò tra queste mura.

Lucien rimase in silenzio per un tempo che sembrò infinito. Poi, lentamente, annuì.

— C'è un passaggio attraverso le grotte a est. Le guardie non lo coprono bene perché pensano che sia impraticabile per chi non conosce il terreno. Se corri, potresti superare il confine prima dell'alba.

Rebekah sentì un groppo alla gola.

— Grazie, Lucien.

— Non ringraziarmi — disse lui con un sorriso triste. — Probabilmente me ne pentirò domani mattina quando Tamlin inizierà a urlare. Ma hai ragione, Rebekah. Questa non è vita. Né per te, né per lui.

Rebekah non perse tempo. Si voltò e corse verso l'ombra degli alberi, il cuore che le martellava nel petto. Mentre correva, sentì la magia dentro di lei espandersi, come se il solo atto di scegliere la libertà la stesse rendendo più forte.

Non sapeva cosa avrebbe trovato oltre i confini della Primavera. Non sapeva se Rhysand l'avrebbe uccisa a vista o se Feyre l'avrebbe riconosciuta. Ma mentre saltava oltre un ruscello d'argento e si addentrava nel bosco selvaggio, Rebekah Valeor sentì per la prima volta, dopo un'eternità, che il respiro che le riempiva i polmoni apparteneva finalmente a lei, e a nessun altro.

La strada per Velaris era lunga e avvolta nell'ombra, ma per la ragazza che era tornata dalla morte, l'oscurità non era più qualcosa da temere. Era il suo nuovo elemento.

Mentre correva, una sola immagine le dava forza: il volto di Feyre che rideva in un campo di grano, prima che il mondo diventasse magico, prima che il sangue macchiasse le loro mani. Avrebbe ritrovato quella luce, o sarebbe morta provandoci. E questa volta, non ci sarebbe stata nessuna Amarantha a riportarla indietro contro la sua volontà.

Rebekah sparì tra i grandi alberi secolari, lasciandosi alle spalle il profumo opprimente delle rose e il silenzio dorato di una prigione che non l'avrebbe mai più contenuta.

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