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Fandom: Acotar

Created: 9/17/2026

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FantasyAngstHurt/ComfortDramaCharacter StudyRomanceDivergencePsychological
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L'Eco del Silenzio e delle Ombre

Il marmo bianco della Casa del Vento era freddo sotto i piedi nudi di Elara, ma non freddo quanto il vuoto che le scavava il petto. Erano passate due settimane da quando Azriel l’aveva trovata al confine della Corte della Primavera, una creatura spezzata che correva tra i rovi, inseguita da incubi che non avevano nome. Due settimane di silenzio ostinato, di pasti consumati fissando il vuoto e di urla soffocate nei cuscini durante notti troppo silenziose.

Elara si scostò i lunghi capelli biondo-miele dalle spalle, le dita che tremavano leggermente. I suoi occhi ambra, una volta luminosi come il sole al tramonto sulle terre umane, erano ora opachi, simili a resina indurita. Si guardò allo specchio della sua camera, odiando la pelle troppo pallida, la magrezza eccessiva e, soprattutto, le orecchie leggermente appuntite. Il dono di Amarantha. La maledizione di Amarantha.

Un leggero bussare alla porta interruppe i suoi pensieri. Elara non rispose, ma la porta si aprì comunque.

— Elara? — la voce di Feyre era carica di una speranza che le faceva male alle orecchie. — Ho portato della frutta fresca. E Rhys ha detto che...

— Vattene — disse Elara, senza voltarsi. La sua voce era roca, arrugginita dal disuso.

— Elara, ti prego. So che sei arrabbiata, ma qui sei al sicuro. Velaris è...

Elara si voltò di scatto, i suoi occhi ambra che brillavano di una luce pericolosa. — Al sicuro? Ero al sicuro anche quando Tamlin mi ha rinchiusa? Ero al sicuro quando Morrigan è venuta a prenderti e mi ha lasciata lì, a marcire tra le mura di una Corte che era diventata la mia prigione?

Feyre fece un passo indietro, il dolore che le attraversava il viso come una cicatrice. — Il patto... il patto riguardava solo me. Mor non poteva...

— Non pronunciare il suo nome — sibilò Elara, avanzando verso di lei. — Ogni volta che vedo quella donna, vedo il momento in cui mi ha voltato le spalle. Vedo la tua schiena mentre sparivi tra le ombre, lasciandomi sola con la rabbia di un Signore Supremo che non sapeva più come amare, ma solo come possedere. Mi hai lasciata lì, Feyre. Mi hai lasciata a morire dopo che io avevo attraversato il muro per cercare te.

— Non sapevo come fare, Elara! Ero distrutta anche io! — gridò Feyre, le lacrime che cominciavano a rigarle le guance.

— Ma tu sei qui. E io sono ciò che resta di un sacrificio che nessuno ha chiesto. Fuori.

Quando Feyre uscì, chiudendo la porta con un singhiozzo soffocato, Elara si lasciò cadere a terra. Il potere che Amarantha le aveva infuso, quel dono distorto nato dalla morte e dalla resurrezione, premeva contro le sue vene. Era un’energia scura, aliena, che sembrava nutrirsi del suo odio.

Passarono altri tre giorni prima che qualcuno osasse disturbarla di nuovo. Non era Feyre, né il borioso Signore della Notte, e certamente non Morrigan, che Elara evitava come la peste, cambiando corridoio ogni volta che sentiva il profumo di agrumi e cannella della Fae.

Era lui. L’ombra tra le ombre.

Azriel era appoggiato allo stipite della porta del balcone, le ali nere ripiegate con una precisione militare. Le sue mani, coperte dai guanti per nascondere le cicatrici, erano incrociate sul petto. Non disse nulla per un tempo infinito. Si limitò a osservarla.

— Che cosa vuoi, Cantore delle Ombre? — chiese Elara, senza distogliere lo sguardo dalle stelle che brillavano sopra Velaris. Odiava quanto fosse bella quella città. Era un insulto al buio che portava dentro.

— Non mangi da ieri — rispose lui. La sua voce era un sussurro profondo, calmo, come il vento tra i pini.

— Non ho fame.

— La fame è un lusso che i guerrieri non possono permettersi. E tu, Elara, sei una guerriera, che tu lo voglia o no.

Elara rise, un suono amaro e privo di gioia. — Sono una creatura fatta di pezzi avanzati. Amarantha mi ha uccisa e mi ha riportata indietro solo per farmi diventare il suo burattino. Sono stata una schiava, poi una prigioniera. Non sono una guerriera.

Azriel si staccò dal muro e fece un passo verso di lei. Elara si irrigidì, ma non indietreggiò. C’era qualcosa in Azriel che non la faceva scattare come gli altri. Forse era il fatto che anche lui sembrava fatto di segreti e dolore.

— Ti senti impotente — disse lui, leggendole dentro con una facilità che la spaventò. — Ti senti come se il mondo potesse schiacciarti di nuovo in qualsiasi momento. Odi Feyre perché lei è libera e tu sei stata dimenticata. Odi Morrigan perché lei ha scelto.

— Lei non ha scelto me — sputò Elara.

— Allora impara a scegliere te stessa — ribatté Azriel. Fece un altro passo. Era vicino ora, abbastanza da permetterle di sentire il freddo che emanava dalle sue ombre. — Domattina, all’alba. Sul campo di addestramento.

— Non verrò.

— Verrai. Perché l’alternativa è restare in questa stanza finché le mura non diventeranno di nuovo la tua cella. E io so che odi le celle, Elara.

L’indomani, contro ogni sua logica, Elara si presentò. Indossava abiti da allenamento che le stavano larghi, i capelli legati in una treccia disordinata. Il vento dell’alba pizzicava la sua pelle, ma lei sentiva solo il calore del sangue che ricominciava a scorrere.

Azriel l’aspettava al centro del ring. Non c’erano armi, solo i loro corpi.

— Colpiscimi — disse lui semplicemente.

— Cosa?

— Hai molta rabbia, Elara. Usala. Se non la controlli tu, sarà lei a controllare te. Colpiscimi.

Elara scattò. Fu un movimento goffo, dettato dalla frustrazione, ma veloce. Azriel la schivò con una grazia sovrumana, quasi senza muoversi.

— Di nuovo.

Lei ci riprovò. E di nuovo. E ancora. Dopo mezz’ora, Elara ansimava, il sudore che le imperlava la fronte. La rabbia stava ribollendo, e con essa quel potere oscuro che Amarantha le aveva lasciato. Le sue mani iniziarono a emanare un fioco bagliore violaceo.

— Ecco — disse Azriel, i suoi occhi nocciola fissi nei suoi. — Sentilo. Non averne paura.

— Mi fa sentire un mostro — gridò lei, lanciando un pugno che Azriel bloccò, afferrandole il polso.

La stretta del Cantore delle Ombre era ferma, ma non dolorosa. Per la prima volta dopo mesi, Elara non si sentì braccata.

— Siamo tutti mostri per qualcuno, Elara — sussurrò lui. — Ma qui, a Velaris, decidiamo noi che tipo di mostri essere.

Elara sentì le lacrime bruciare, ma le ricacciò indietro. Non avrebbe pianto davanti a lui. Non avrebbe pianto davanti a nessuno.

— Domani alla stessa ora? — chiese Azriel, lasciandole il polso.

Elara lo guardò, notando per la prima volta la solitudine che velava lo sguardo dell’Illyrian. — Domani.

Le settimane passarono in una routine fatta di lividi, muscoli doloranti e silenzi condivisi. Azriel era l’unico con cui parlava. Quando Feyre cercava di approcciarla durante le cene a cui Elara era costretta a partecipare, lei rispondeva a monosillabi, o semplicemente ignorava la sua presenza. Il senso di colpa di Feyre era palpabile, una nebbia densa che riempiva la stanza, ma Elara non era pronta a perdonare. Non poteva. Perdonare Feyre significava perdonare la propria debolezza per essere rimasta indietro.

E poi c’era Morrigan.

Una sera, mentre Elara tornava verso le sue stanze dopo un allenamento particolarmente intenso, incrociò Mor nel corridoio. La Fae bionda si fermò, il suo viso solitamente radioso contratto in un’espressione di profonda tristezza.

— Elara, possiamo parlare? — chiese Mor, la voce tremante.

Elara non rallentò nemmeno. — Non abbiamo nulla da dirci, Morrigan.

— Volevo solo che tu sapessi che mi dispiace. Se avessi potuto portarvi entrambe...

Elara si fermò bruscamente e si voltò. Il suo potere reagì alla sua emozione, le ombre negli angoli del corridoio sembrarono allungarsi verso di lei, come se riconoscessero una regina. — Ma non l’hai fatto. Hai preso la tua amica, la tua "predestinata" della Corte, e hai lasciato l’umana sacrificabile a gestire le conseguenze. Non scusarti per aver mostrato chi sei veramente.

— Non è così! — esclamò Mor, facendo un passo verso di lei.

— Stammi lontana — ringhiò Elara, e un’onda di energia oscura scaturì dal suo corpo, facendo tremare i quadri alle pareti.

Mor si fermò, gli occhi sbarrati dal timore e dalla sorpresa. Elara non aspettò una reazione. Si voltò e corse via, non verso la sua stanza, ma verso il tetto della Casa del Vento.

Lassù, sotto il cielo stellato di Velaris, trovò Azriel. Sembrava che lui sapesse sempre dove trovarla. Era seduto sul parapetto, a guardare la città sottostante.

— L’hai fatto di nuovo — disse lui, senza voltarsi.

— Mi ha rivolto la parola. Non doveva farlo.

Azriel sospirò, un suono che sembrava il fruscio della seta. — L’odio è un peso faticoso da portare, Elara. Ti consuma dall'interno.

— È l’unica cosa che mi tiene insieme, Azriel. Se smettessi di odiarli, cosa rimarrebbe di me? Solo una ragazza che è morta Sotto la Montagna e che non sa più chi è.

Azriel si alzò e si avvicinò a lei. Questa volta, non mantenne la distanza di sicurezza. Si fermò a pochi centimetri, obbligandola a guardare in alto per incontrare il suo sguardo.

— Rimarrebbe la donna che è sopravvissuta a Tamlin, ad Amarantha e al bosco — disse lui seriamente. — Rimarrebbe la donna che mi ha quasi colpito stamattina durante l’allenamento. Quella donna mi piace molto di più dell’ombra che si nasconde nei corridoi.

Elara sentì il cuore battere forte contro le costole. — Perché mi aiuti? Perché non mi lasci semplicemente nel mio fango come hanno fatto gli altri?

Azriel allungò una mano guantata, sfiorandole appena la guancia. Il contatto fu elettrico, un calore improvviso che spazzò via per un istante il freddo del suo potere.

— Perché so cosa significa sentirsi un estraneo nella propria casa — rispose lui dolcemente. — E perché, tra tutte le stelle di Velaris, la tua luce è quella che mi incuriosisce di più. Anche se cerchi di soffocarla con l’oscurità.

Elara chiuse gli occhi, appoggiandosi involontariamente alla sua mano. Per un momento, solo un momento, l’odio verso Feyre, il rancore verso Mor e la paura del futuro svanirono. C’era solo il respiro di Azriel e il silenzio della notte.

Ma poi, l’immagine di Feyre che spariva tra le ombre di Morrigan tornò a tormentarla. Elara si scostò bruscamente, il viso di nuovo una maschera di freddezza.

— Non cambierà nulla, Azriel. Non li perdonerò.

— Non ti sto chiedendo di perdonarli — disse lui, lasciando ricadere la mano lungo il fianco. — Ti sto chiedendo di non distruggere te stessa nel tentativo di punire loro.

Elara lo guardò ancora per un istante, poi si voltò e se ne andò. Mentre scendeva le scale, sentì lo sguardo di Azriel su di sé, costante e protettivo come le ombre che lo servivano.

Non era pronta a guarire. Non era pronta a chiamare Velaris "casa". Ma mentre entrava nella sua stanza e chiudeva la porta a chiave, Elara si guardò le mani. Il bagliore violaceo era sparito.

Forse, pensò, non era del tutto sola. Ma il cammino verso la luce era ancora troppo lungo, e lei aveva ancora troppa oscurità da esplorare. E finché Feyre avesse sorriso, finché Morrigan avesse camminato a testa alta, Elara avrebbe continuato a coltivare il suo giardino di spine, aspettando il giorno in cui sarebbe stata abbastanza forte da non aver più bisogno di nessuno.

Tranne, forse, dell’uomo che le aveva insegnato che anche le ombre possono proteggere.

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