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Fandom: fourth wing
Created: 10/5/2026
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L’Attrito del Ferro e del Vento
Il cielo sopra Aretia non era mai stato così cupo, o forse era solo l'umore di Elea Winslow a riflettersi sulle vette frastagliate che circondavano la fortezza dei ribelli. Basgiath sembrava un ricordo lontano, una vita precedente fatta di regole rigide e gerarchie che, per quanto brutali, avevano almeno un senso. Qui, tra le rovine ricostruite e il vento gelido delle montagne, il caos regnava sovrano. E il caos aveva un nome, una treccia corvina e un accento di Poromiel che le faceva prudere le mani ogni volta che lo sentiva: Catriona Cordella.
Elea camminava lungo il perimetro del cortile d'addestramento, la sua figura magnetica che attirava sguardi indiscreti nonostante la tensione palpabile. I suoi occhi verde nocciola, screziati d’oro dalla luce cruda del mattino, scrutavano la folla di cavalieri e volatori che cercavano, con scarso successo, di integrarsi. Indossava la sua armatura di cuoio con una naturalezza che rasentava l’arroganza, i capelli castano scuro raccolti in una coda alta che lasciava scoperti i lineamenti decisi e gli zigomi alti.
«Ancora non riesco a credere che Xaden ci stia costringendo a questo,» mormorò Elea, sentendo il calore familiare del legame con Clainei. Il drago verde, maestoso e imponente, riposava poco lontano, le sue scaglie della stessa identica tonalità degli occhi della sua cavaliera.
«L’unione è l’unica via per la sopravvivenza, Elea,» gracchiò la voce profonda di Clainei nella sua mente. «Ma capisco il tuo fastidio. Quella ragazza emana un odore di ambizione e risentimento che infastidirebbe persino un drago di pietra.»
Elea strinse la mascella. Non era solo l’ambizione di Cat a irritarla. Era il modo in cui guardava Violet, come se la sua amica fosse un ostacolo fastidioso sul cammino verso un trono che non le apparteneva più. Elea non sopportava i bulli, e non sopportava chi cercava di manipolare le emozioni altrui per ottenere ciò che voleva.
«Squadra di Ferro, a rapporto!» la voce di un istruttore tagliò l’aria.
Elea si portò al centro del campo, dove i membri della sua vecchia squadra di Basgiath si stavano mescolando con i nuovi arrivati di Poromiel. E lì, in piedi con una grazia aristocratica che sembrava quasi un insulto in quel luogo di guerra, c’era Cat. La Flier la guardò, i grandi occhi marroni che brillavano di una sfida non troppo velata.
«Oh, guarda un po’,» esordì Cat, la voce melodiosa ma carica di veleno. «La guardia del corpo di Violet Sorrengail è arrivata. Dimmi, Winslow, ti pagano per starle sempre alle costole o lo fai solo perché speri che un po’ della luce di Xaden cada anche su di te?»
Elea si fermò a pochi centimetri da lei. Nonostante Cat fosse slanciata ed elegante, Elea possedeva una presenza fisica che sembrava occupare tutto lo spazio circostante. «Catriona, giusto? Ti darei un consiglio: risparmia il fiato per quando sarai in aria sul tuo grifone. Qui a terra, le tue parole valgono meno della polvere che calpesti.»
Un cerchio di spettatori iniziò a formarsi. I cavalieri del secondo anno sapevano che Elea non era una persona da provocare. Era intelligente, era letale e, soprattutto, non aveva paura di nessuno.
«Sei piuttosto sicura di te per essere una che cavalca una bestia troppo grande per il suo cervello,» ribatté Cat, facendo un passo avanti. Il suo potere di amplificare le emozioni iniziò a irradiarsi, cercando di insinuare un senso di inadeguatezza nel petto di Elea.
Ma Elea sentì il formicolio del proprio potere risvegliarsi. Con un pensiero fluido, eresse una barriera invisibile. Il potere di Cat colpì un muro di vuoto e si dissolse. Gli occhi di Elea brillarono di una luce dorata più intensa.
«Non provare a giocare con me, Cat,» disse Elea con una calma glaciale che fece sussultare alcuni dei presenti. «Il tuo trucchetto non funziona qui. Vuoi vedere chi è davvero addestrata? Scegli un’arma.»
Cat sorrise, un gesto che non toccò minimamente i suoi occhi freddi. «Speravo che lo chiedessi.»
L’istruttore, vedendo l’opportunità di sfogare la tensione, diede il via libera. In pochi secondi, le due ragazze furono al centro del ring, circondate da un silenzio carico di elettricità. Cat impugnava un pugnale lungo e sottile, tipico dei volatori, mentre Elea preferiva le sue lame corte, bilanciate perfettamente per la sua forza.
Il primo attacco di Cat fu rapido, una stoccata diretta alla spalla di Elea. La cavaliera scartò di lato con una grazia felina, parando il colpo e contrattaccando con un fendente che Cat riuscì a schivare solo per un soffio.
«Sei lenta, principessa,» provocò Elea, il suo umorismo tagliente che emergeva nel calore della battaglia.
«E tu sei troppo rumorosa per essere una guerriera,» rispose Cat, tentando una spazzata bassa con la gamba.
Il combattimento degenerò rapidamente. Non era più una semplice sessione di allenamento; era lo scontro tra due mondi, due ideologie e due donne che si detestavano a pelle. Cat era agile e precisa, i suoi movimenti riflettevano anni di danza e addestramento nobiliare. Elea, d’altro canto, era pura determinazione e potenza calcolata. Ogni suo colpo era mirato a chiudere la distanza, a sopraffare l’avversaria con la sua forza superiore.
Cat riuscì a graffiare lo zigomo di Elea, lasciando una scia di sangue rosso vivo sulla pelle dorata. Elea non batté ciglio. Invece, con un movimento fulmineo, afferrò il polso di Cat e la trascinò verso di sé, colpendola allo stomaco con il pomolo del pugnale. Cat gemette, ma non cedette. Colpì Elea al volto con una testata, spaccandole il labbro.
Il sangue iniziò a macchiare le loro uniformi. La folla era ammutolita. Non c’era rispetto in quello scontro, solo odio puro.
«Tutto questo perché Xaden non ti ha voluta?» sibilò Elea tra i denti, mentre lottavano corpo a corpo, i respiri affannosi che si mescolavano. «Sei patetica. Cerchi il potere attraverso un uomo perché sai di non averne abbastanza da sola.»
Gli occhi di Cat si riempirono di una furia cieca. «Tu non sai niente di me! Non sai cosa significa perdere tutto, veder sfumare il proprio futuro perché una ragazzina fragile ha deciso di giocare alla guerra!»
Cat spinse Elea con una forza disperata, facendola barcollare. Stava per scagliarsi di nuovo su di lei quando una voce tonante squarciò l’aria.
«BASTA!»
Xaden Riorson atterrò tra le due, le ombre che danzavano minacciose intorno ai suoi piedi. Il suo sguardo era una tempesta di rimprovero.
«Elea, indietro. Ora!» ordinò Xaden, la voce che vibrava di un’autorità indiscutibile.
Elea sputò sangue a terra, lo sguardo fisso su Cat. «È lei che ha iniziato.»
«Non mi importa chi ha iniziato,» ringhiò Xaden, voltandosi verso Cat, che lo guardava con un misto di desiderio e risentimento. «Siete nella stessa squadra. Se vi uccidete a vicenda, indebolite Aretia. Winslow, smettila di farti provocare. Cordella, smettila di essere un cancro per questa unità.»
Elea rinfoderò i pugnali, pulendosi il viso con il dorso della mano. Non abbassò lo sguardo davanti a Xaden. «Se lei non impara a stare al suo posto, Xaden, la prossima volta non avrai bisogno di dividerci. Ci penserà Clainei a ripulire il cortile.»
«Provaci, cavaliera,» ribatté Cat, sebbene la sua voce tremasse leggermente per l’adrenalina.
«Fuori di qui. Entrambe,» concluse Xaden, indicando gli alloggi.
Il destino, tuttavia, aveva un senso dell’umorismo crudele. Quando Elea arrivò al corridoio degli alloggi assegnati alla Squadra di Ferro, si fermò di colpo. La sua porta, contrassegnata dal simbolo del drago verde, era esattamente di fronte a una porta con il simbolo di un grifone.
Cat stava già inserendo la chiave nella serratura. Si voltò, vedendo Elea, e il suo viso si contrasse in una smorfia di puro disgusto.
«Devi stare scherzando,» disse Cat, la voce piatta.
Elea sospirò, sentendo la stanchezza della battaglia che iniziava a farsi sentire. «Sembra che gli dei abbiano deciso di punirmi per i miei peccati. O forse è solo Xaden che vuole vederci impazzire.»
«Non pensare che questo cambi qualcosa,» disse Cat, aprendo la porta. «Domani avremo lo stesso turno di guardia all’alba. Cerca di non arrivare in ritardo con i tuoi capelli da selvaggia.»
Elea sorrise, un sorriso amaro e tagliente che non presagiva nulla di buono. «E tu cerca di non truccarti troppo, Cat. Il fumo degli incendi non dona molto alla tua carnagione aristocratica.»
La porta di Cat sbatté con una violenza che fece tremare le pareti. Elea rimase sola nel corridoio per un momento, toccandosi il labbro spaccato. La sua indipendenza era la sua forza, ma in quel momento si sentiva intrappolata in una ragnatela di tensioni che non poteva semplicemente spezzare con la forza.
Entrò nella sua stanza, un ambiente spartano che profumava di cuoio e aria di montagna. Si sedette sul letto, lasciando che il silenzio la avvolgesse.
«Sei stata impulsiva,» commentò Clainei.
«Lo so,» rispose Elea a voce alta. «Ma quella ragazza... c’è qualcosa in lei che mi spinge oltre il limite. Non è solo la sua arroganza. È il fatto che mi ricorda quanto sia fragile tutto quello che abbiamo costruito. Se non riusciamo a convivere con loro, come speriamo di sconfiggere i venin?»
«Le sfide più difficili non sono quelle sul campo di battaglia, ma quelle che affrontiamo dentro di noi e con chi ci sta accanto,» filosofeggiò il drago.
Elea si sdraiò, fissando il soffitto di pietra. Sapeva che Cat non era solo una ragazza gelosa. Aveva visto il dolore nei suoi occhi durante il combattimento, la sensazione di aver perso il proprio posto nel mondo. Elea poteva capirlo, anche se non l’avrebbe mai ammesso. Anche lei viveva sotto il peso delle aspettative, con la costante paura che un passo falso potesse distruggere l’immagine di forza che si era costruita.
Il mattino dopo, la sveglia suonò molto prima dell’alba. Elea si alzò, si lavò il viso con acqua gelida e si preparò per il turno di guardia. Quando aprì la porta, Cat era già lì, impeccabile come sempre, nonostante l’ora.
Camminarono verso le mura in un silenzio teso. Il freddo era pungente, e il vento fischiava tra le feritoie della fortezza.
«Violet sta bene?» chiese improvvisamente Cat, senza guardarla.
Elea rimase sorpresa dalla domanda. «È forte. Più di quanto tu le dia credito. E ha Xaden, che la proteggerebbe contro il mondo intero.»
Cat ebbe un sussulto quasi impercettibile. «Lo so. È proprio questo il problema.»
«Il potere non è tutto, Cat,» disse Elea, fermandosi su un bastione che dominava la valle. «A volte, la lealtà vale molto di più di una corona.»
Cat si voltò finalmente a guardarla. La luce bluastra dell’alba rendeva i suoi lineamenti quasi eterei. «Per te è facile dirlo. Sei nata guerriera, sei rispettata. Io sono stata cresciuta per essere una regina, e ora sono solo una flier in una guerra che non capisco fino in fondo.»
Elea studiò la ragazza davanti a lei. Notò l’esitazione nel suo tono, il modo in cui le sue mani stringevano nervosamente le redini del suo equipaggiamento. «Non sei "solo" una flier. Sei una combattente. E se smettessi di cercare di distruggere Violet, forse ti accorgeresti che hai degli alleati qui.»
Cat emise una risata amara. «Alleati? Tu mi odi.»
«Io odio il tuo comportamento,» corresse Elea. «Ma rispetto la tua determinazione. Non mi piace perdere tempo con persone che non valgono nulla. Il fatto che io stia parlando con te dovrebbe dirti qualcosa.»
Cat rimase in silenzio per un lungo istante, poi accennò un mezzo sorriso, una scintilla di quella competizione ironica che le accomunava. «Quindi questo è il tuo modo per dirmi che vuoi essere mia amica?»
Elea ridacchiò, un suono rauco e genuino. «Non esageriamo. È il mio modo per dirti che se non mi farai cadere dalle mura durante questo turno, potrei decidere di non annullare il tuo potere la prossima volta che cercherai di manipolare qualcuno a colazione.»
«Affare fatto, Winslow,» rispose Cat.
La giornata passò tra addestramenti estenuanti e lezioni di strategia. La squadra di ferro era costantemente messa alla prova. In mensa, Elea e Cat sedevano a pochi posti di distanza. Il clima era ancora gelido, ma non c’era più quella violenza esplosiva del giorno precedente.
Violet si avvicinò a Elea, lanciando un’occhiata sospettosa a Cat. «Tutto bene? Ho sentito dello scontro di ieri.»
Elea scosse la testa, addentando un pezzo di pane nero. «Siamo ancora vive, se è questo che ti preoccupi. Cat ha la testa dura, ma io ho i pugni più duri.»
Cat, sentendola, alzò il calice d’acqua verso di loro con un gesto aristocratico. «Continua a sognare, cavaliera. La prossima volta sarò io a farti sanguinare lo zigomo.»
Elea sorrise tra sé. La convivenza forzata era un inferno, ma c’era qualcosa di stimolante nella sfida che Cat rappresentava. Era una persona che le teneva testa, che non si lasciava intimidire. E per Elea, che era abituata a dominare ogni situazione, trovare qualcuno capace di sfidarla era una rarità preziosa.
Quella sera, mentre tornava in camera, Elea incrociò di nuovo Cat nel corridoio.
«Winslow,» la chiamò Cat.
Elea si fermò con la mano sulla maniglia. «Sì?»
«Domani abbiamo l’esercitazione di volo congiunta. Cerca di non farti disarcionare dal tuo drago verde. Sarebbe un peccato se dovessi salvarti io.»
Elea inarcò un sopracciglio, lo sguardo verde nocciola che brillava di una luce dorata e maliziosa. «Se dovessi mai aver bisogno di essere salvata da te, Cat, vorrà dire che il mondo è davvero giunto alla fine. Buonanotte, principessa.»
«Buonanotte, selvaggia.»
Elea chiuse la porta dietro di sé, sentendo un peso leggermente minore sul cuore. Non erano amiche, forse non lo sarebbero mai state nel senso tradizionale del termine. Ma in quel nido di ribelli, tra le montagne di Aretia, avevano trovato qualcosa di altrettanto importante: un’avversaria degna di rispetto.
E per Elea Winslow, che odiava la noia quasi quanto la sottomissione, quella era una sfida che non vedeva l’ora di affrontare ogni singolo giorno. La guerra stava arrivando, i venin erano alle porte, ma all’interno delle mura di Aretia, la Squadra di Ferro stava iniziando a forgiare qualcosa di nuovo, un legame nato dal sangue, dal disprezzo e da una strana, inconfessabile forma di stima reciproca.
Clainei ruggì silenziosamente nel suo legame, un suono di approvazione. La notte era fredda, ma il fuoco della determinazione ardeva più forte che mai.
