
you’re my savior
Fandom: acotar
Created: 11/6/2026
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I frammenti della luce rubata
L’aria della Corte di Primavera sapeva di gelsomino marcescente e rose soffocanti. Per Elara, quel profumo era diventato sinonimo di morte, una fragranza dolciastra che cercava invano di coprire il fetore della cancrena invisibile che le stava divorando l’anima.
I suoi capelli biondi, del colore del grano maturo prima della mietitura, ricadevano scomposti sulle spalle rigide, mentre i suoi occhi scuri — due pozzi d’ombra insondabile che stonavano con i colori pastello di quella prigione dorata — fissavano la barriera magica eretta da Tamlin. Un reticolo di luce opalescente, spesso e implacabile, sigillava le finestre della grande villa.
Protezione, l’aveva chiamata lui.
Prigionia, era l’unica parola che riecheggiava nella mente di Elara.
Accanto a lei, nella penombra della galleria al primo piano, Feyre sembrava poco più di uno spettro. La ragazza che aveva spezzato la maledizione di Prythian stava svanendo giorno dopo giorno, le guance scavate, lo sguardo vitreo rivolto al pavimento. I loro nuovi corpi da Fae avrebbero dovuto essere un dono, un trionfo di immortalità e vigore, ma erano invece un veleno lento. Per Elara, era ancora peggio: lei non era rinata grazie al sacrificio dei sette Lord Supremi. Lei era la creazione empia di Amarantha.
La Regina l’aveva torturata quand’era ancora una fragile mortale, spezzandole le ossa una a una, trascinandola nel proprio letto per notti interminabili fatte di seta, terrore e sangue, prima di strapparle il cuore dal petto e rimodellarla nel crogiolo della magia nera. L’aveva resa magnifica, letale, immortale. E orribilmente spezzata.
Guardando Feyre consumarsi sotto l’indifferenza cieca e possessiva di Tamlin, Elara capì che non c’era più tempo. Se fossero rimaste lì, sarebbero morte entrambe, non per mano di una lama, ma soffocate dal silenzio.
Il potere che le ardeva nelle vene — un’energia violenta, ereditata dall’orrore di Sotto la Montagna — ruggì in risposta alla sua disperazione.
Elara tese le mani verso la barriera. La magia rispose con un sibilo sordo, poi con un boato. La luce dorata eretta da Tamlin vibrò, gemette e infine andò in frantumi come vetro calpestato. L’onda d’urto fece tremare le fondamenta del palazzo, scagliando schegge di magia nell’aria tiepida del mattino.
«Vattene», sussurrò Elara a se stessa, sapendo che non poteva ancora portare via Feyre con la forza; la ragazza era troppo debole, e le sentinelle sarebbero accorse in pochi secondi. Ma lei poteva aprire una strada. Poteva gridare al mondo che stavano morendo.
Si lanciò oltre la balaustra, atterrando con la grazia innaturale della sua nuova stirpe sull’erba curata del giardino. Corse. I polmoni bruciavano, i rami degli alberi le frustavano il viso, strappandole ciocche dorate e graffiandole la pelle perfetta. Dietro di lei risuonarono le grida d’allarme delle guardie, il ruggito lontano e bestiale di Tamlin, ma Elara non si voltò. Continuò a correre verso il confine, guidata solo dall’istinto cieco della sopravvivenza.
Oltrepassò la linea invisibile che separava il dominio della Primavera dalle terre contese proprio mentre le forze la abbandonavano. Il nuovo corpo da Fae, ancora instabile e logorato dal trauma, cedette di colpo. Le ginocchia sbatterono contro il terriccio umido, il respiro ridotto a un rantolo straziante.
Cadde in avanti, le mani affondate nel fango, le lacrime che finalmente scivolavano calde e inarrestabili sui suoi zigomi alti. Era sola. Era condannata.
Poi, l’aria si fece fredda. L’odore di rose svanì, sostituito all’istante da una brezza marina intrisa di gelsomino notturno, ghiaccio e polvere di stelle.
Un fruscio di seta scura, e un paio di braccia forti la sollevarono prima che la sua fronte toccasse la terra.
«Ti ho presa», mormorò una voce profonda, vellutata, intessuta di pura notte.
Elara spalancò gli occhi scuri, annebbiati dal pianto, e incontrò lo sguardo violetto di Rhysand. Il Lord Supremo della Corte della Notte era lì, le grandi ali membranose tese per schermarla dal mondo, il volto affilato teso in una maschera di dolorosa compassione.
«Sei al sicuro adesso, Elara», continuò lui, stringendola contro il proprio petto mentre lei tremava in modo incontrollabile, afferrando disperatamente i risvolti della sua giacca scura. «Sono venuto a prenderti. Te l’avevo promesso.»
I singhiozzi le squassarono il petto, violenti e liberatori. Le promesse di Rhysand non erano mai state vuote. Sotto la Montagna, quando lei non era altro che una creatura umana sanguinante lasciata a morire sui pavimenti di pietra umida dopo le sevizie di Amarantha, era stato Rhys a scivolare nelle ombre della sua cella. Con le mani macchiate di oscurità ma gentili come un soffio di vento, le aveva riallineato le ossa rotte, lenito le ustioni e infuso barlumi di magia per tenerla aggrappata alla vita.
E, nelle notti più nere, quando il letto della Regina minacciava di cancellarle ogni traccia di umanità, Rhysand le aveva sfiorato la mente. Le aveva mostrato una città intagliata nella roccia bianca, attraversata da un fiume scintillante sotto un cielo punteggiato di stelle eterne.
«Velaris...», riuscì a balbettare lei tra le lacrime, la voce ridotta a un filo roco.
«Sì», rispose Rhysand con dolcezza infinita, sollevandola tra le braccia come se non pesasse nulla. «Andiamo a casa.»
L’oscurità li inghiottì in un battito di ciglia, ripiegandosi su se stessa nell’atto di planare attraverso il mondo.
Quando la vista le si schiarì, Elara si ritrovò sdraiata su un divano morbido, avvolta da una coperta di lana spessa. La luce che filtrava dalle grandi finestre ad arco non era quella opprimente e dorata della Primavera, ma il bagliore tenue e argenteo di un crepuscolo perenne. Oltre i vetri, la sagoma elegante della Casa del Vento e le cupole di Velaris brillavano come gemme silenziose.
La città dei suoi sogni era reale.
Accanto a lei, Rhysand sedeva su una poltrona, i gomiti puntati sulle ginocchia, mentre Cassian e Azriel vigilavano discreti vicino alla porta. Elara cercò di mettersi a sedere, ignorando la fitta di vertigini che le attanagliava la testa.
«Non muoverti troppo in fretta», disse Rhysand a bassa voce. «Il tuo corpo sta ancora combattendo contro se stesso. La transizione... il modo in cui sei stata trasformata ha lasciato cicatrici profonde nella tua magia.»
Elara scosse il capo, i capelli biondi che le ricadevano disordinati sul viso pallido. I suoi occhi scuri cercarono quelli del Lord Supremo con un’intensità febbrile.
«Non importa di me», disse, la voce incrinata dall’angoscia. Afferrò la manica di Rhys con dita tremanti. «Dovete andare a prendere Feyre. Ti prego, Rhys. Tamlin la sta distruggendo. La sta rinchiusa, la sta spegnendo giorno dopo giorno. Lei non sopravviverà lì dentro.»
Rhysand serrò la mascella, un lampo pericoloso che accese le iridi violacee.
«Lo so», rispose lui piano. «E non la lascerò lì.»
I giorni successivi furono un limbo sospeso nel tempo. Elara rifiutava quasi ogni conforto; vagava per la residenza cittadina come un’anima in pena, rifiutando le cure prolungate e accontentandosi solo del cibo necessario per rimettersi in piedi. Aveva promesso a se stessa che non sarebbe mai più stata debole, mai più una vittima nelle mani di nessuno. La magia che Amarantha le aveva innestato nel sangue era una maledizione, ma era anche un’arma, e lei intendeva piegarla al proprio volere, da sola.
Poi, una sera, l’aria del salotto vibrò con il rumore secco di un balzo magico.
Morrigan apparve al centro della stanza. Tra le braccia robuste teneva un fardello leggero, avvolto in una tunica scura troppo grande.
Feyre.
La ragazza era pallida come la neve, le labbra esangui e gli occhi vuoti, privi di qualsiasi scintilla di vita. Sembrava sul punto di spezzarsi al minimo soffio di vento.
Elara si alzò di scatto dal davanzale su cui era rimasta seduta per ore, il cuore che le batteva all’impazzata contro le costole. Fece un passo avanti, il respiro mozzato dal sollievo e dall’orrore nel vedere l’amica ridotta in quello stato.
«Feyre...», mormorò, allungando una mano istintivamente.
Mor si voltò bruscamente, serrando la presa sul corpo inerte della ragazza e facendo mezzo passo indietro per interporre la propria spalla tra Elara e Feyre.
I suoi occhi castani, solitamente caldi e vibranti, si posarono su Elara con una freddezza tagliente come il vetro.
«Ha bisogno di riposare», disse Mor, il tono piatto, privo di qualsiasi calore. «E di spazio. Non del tuo caos.»
La mano di Elara rimase sospesa a mezz’aria per un istante prima che lei la ritraesse, chiudendola a pugno lungo il fianco. Una scintilla d’ira amara le attraversò lo sguardo scuro. Tra lei e Morrigan non c’era mai stato un vero motivo di scontro, nessun torto esplicito che potesse giustificare quel rancore silenzioso. Semplicemente, erano due forze che si respingevano: Mor, luminosa, feroce e protettiva fino all’ossessione verso la sua famiglia; Elara, plasmata dall’oscurità della regina defunta, troppo diffidente, troppo orgogliosa e troppo intrisa dell’odore di Sotto la Montagna per risultare gradita alla Terza in Comando.
«Non intendevo farle del male», replicò Elara a denti stretti, la voce controllata, fredda come il marmo. «Ma vedo che preferisci presumere il peggio, come sempre.»
Mor sostenne il suo sguardo senza battere ciglio, la bellezza solare del suo volto indurita da un’espressione di aperta diffidenza.
«Presumo solo ciò che vedo. Sei instabile, Elara. La tua magia brucia come quella di Amarantha, e Feyre non può reggere altro veleno in questo momento.»
Le parole colpirono nel segno, ma Elara rifiutò di mostrare il dolore che quel nome ancora le provocava. Raddrizzò la schiena, sollevando il mento biondo con un’eleganza aristocratica che era sia uno scudo che una sfida.
«Allora prenditi cura di lei», disse Elara, facendo un passo indietro e allargando le braccia con un sorriso privo di gioia. «Portala nelle tue stanze dorate. Coccolatela, guarite le sue ferite, fate tutto ciò che ritenete opportuno. La Cerchia Ristretta è così brava a salvare chi vuole essere salvato, non è vero?»
«E tu non vuoi essere salvata?» domandò Mor con una punta di sarcasmo acido, mentre cominciava a muoversi verso le scale per portare Feyre al piano superiore.
«Io non ho bisogno di essere salvata da voi», ribatté Elara con voce ferma, le pupille nere che brillavano di una luce pericolosa. «Mi aggiusterò da sola. Con i miei pezzi, non con le vostre pietose illusioni.»
Mor non rispose; scosse semplicemente la testa con un sospiro sprezzante e salì i gradini, scomparendo nel corridoio con Feyre stretta al petto.
Quando il silenzio tornò a regnare nella stanza, Elara si accorse che Rhysand era rimasto in disparte, appoggiato allo stipite della porta che dava sul balcone. Aveva assistito a tutta la scena senza intervenire, i suoi occhi viola attenti, carichi di una tristezza antica che non cercava di nascondere.
«Non devi combattere ogni persona che incontri, Elara», disse il Lord Supremo piano, avanzando di qualche passo sul pavimento lucido.
Elara voltò la testa verso di lui, i tratti del viso tirati.
«Non sto combattendo. Sto solo ricordando a me stessa chi sono.»
«E chi saresti?»
«Qualcuno che non appartiene a questo posto», mormorò lei, guardando oltre la ringhiera del balcone, verso le mille luci che punteggiavano Velaris nella notte appena calata. «Mor ha ragione su una cosa: la magia che ho dentro non è pura. Viene da lei. Da ciò che mi ha fatto.»
Rhysand le si avvicinò fino a fermarsi a un passo da lei, ma rispettò il suo spazio, senza tentare di toccarla.
«La magia è solo potere, Elara. Ciò che conta è la mano che la impugna. Amarantha ha cercato di farti a pezzi, è vero. Ma sei stata tu a distruggere le difese di Tamlin. Sei stata tu a correre fino al confine per chiedere aiuto per Feyre. Quel coraggio non apparteneva alla Regina. Apparteneva solo alla ragazza umana che ha rifiutato di morire.»
Elara abbassò lo sguardo sulle proprie mani. La pelle era immacolata, priva di quelle cicatrici che per mesi le avevano ricordato il costo della sopravvivenza, ma dentro di sé sentiva ancora ogni singola frattura.
«Prendetevi cura di lei, Rhys», disse infine, la voce più morbida, quasi un sussurro rivolto alla notte. «Feyre merita di tornare a splendere. Ne ha bisogno. Io... io ho solo bisogno di spazio per imparare a respirare senza bruciare tutto quello che tocco.»
Rhysand la osservò a lungo, poi chinò lievemente il capo in un gesto di profondo rispetto.
«Avrai tutto lo spazio che desideri. La Corte della Notte non tiene nessuno in gabbia. Ma ricorda: se la solitudine dovesse diventare troppo pesante, c’è sempre un posto per te a questa tavola.»
Elara non rispose, ma un nodo doloroso le strinse la gola.
Quando Rhysand si ritirò per raggiungere gli altri al piano di sopra, Elara rimase sola sul balcone. Il vento della notte le accarezzò i capelli biondi, fresco e pulito, portando con sé l’eco lontana della musica che saliva dalle taverne lungo il fiume Sidra.
Sollevò una mano verso il cielo stellato. Tra le sue dita affusolate scaturì una scintilla scura, un frammento della magia rubata all’inferno, ma mentre la guardava danzare nell’aria fredda, Elara non vide solo il riflesso di Amarantha.
Vide la propria forza.
Non avrebbe permesso a Morrigan, né ai fantasmi del passato, né al dolore che le lacerava i muscoli di definirla. Sarebbe guarita. Lentamente, dolorosamente, senza l’aiuto di nessuno, avrebbe rimesso insieme i cocci della sua anima spezzata.
E, per la prima volta da quando era morta come umana, Elara sorrise a denti stretti alle stelle sopra di lei, pronta a combattere per ogni singolo respiro della sua nuova immortalità.
