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thorns and roses
Fandom: acotar
Creado: 13/5/2026
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FantasíaIsekai / Fantasía PortalAventuraDolor/ConsueloRecontarDivergenciaRecortes de VidaRomance
Oltre il Muro di Spine
Il villaggio era immerso in un silenzio innaturale, quel genere di quiete che precede un temporale o segue una tragedia. Claris Vaelor camminava lungo il sentiero fangoso, i suoi lunghi capelli dorati e ondulati che danzavano sulle spalle, catturando l’ultima luce di un sole che sembrava aver perso il suo calore. Erano passati giorni da quando Feyre era scomparsa, e il vuoto che aveva lasciato nel petto di Claris era una voragine che né la logica né le preghiere riuscivano a colmare.
Claris non era una ragazza che si arrendeva facilmente. La sua onestà era pari solo alla sua ambizione: voleva risposte, e sapeva che l’unica persona in grado di dargliele era la più difficile da avvicinare.
Trovò Nesta seduta davanti al fuoco nella loro misera capanna. La sorella maggiore di Feyre appariva gelida, le labbra ridotte a una linea sottile.
— Dimmi la verità, Nesta — esordì Claris, entrando senza bussare. La sua voce era ferma, intrisa di quel coraggio genuino che l’aveva sempre resa una leader tra i giovani del villaggio. — Tuo padre ed Elain blaterano di una zia ricca e di eredità, ma io conosco Feyre. Non ci abbandonerebbe mai così, non senza un addio.
Nesta sollevò lo sguardo, e per un istante Claris vide una crepa nella sua armatura di ghiaccio. — È venuta una bestia — sussurrò Nesta, la voce che tremava appena. — Un Fae. È entrato in casa nostra e ha reclamato un debito di sangue. Feyre è andata con lui per salvarci.
Claris sentì il sangue gelarsi nelle vene. — E perché loro non ricordano?
— Incantesimi, Claris. Credono a quella menzogna della zia perché è più facile che affrontare l’orrore. Ma io ricordo. Ricordo i suoi occhi dorati e il terrore nei suoi.
— Allora vado a prenderla.
Nesta scoppiò in una risata amara. — Attraversare il Muro? Sei pazza. Morirai prima ancora di vedere le terre fatate.
— Forse — rispose Claris, i suoi occhi azzurri che brillavano di una determinazione incrollabile. — Ma Feyre è la mia migliore amica. È leale con me, e io lo sarò con lei. Non la lascerò marcire in un incubo.
Il viaggio verso il Muro fu un calvario di dubbi e freddo, ma Claris non si guardò mai indietro. La sua mente, acuta e persuasiva, cercava di razionalizzare l’irrazionale, finché non si trovò davanti all’invisibile barriera che separava il mondo umano da quello dei mostri.
Il passaggio non fu come lo aveva immaginato. Non appena mise piede oltre il confine, la foresta sembrò prendere vita contro di lei. Creature fatte di ombre e artigli, nate dai peggiori incubi delle leggende, balzarono dai rovi. Claris lottò, usò un pugnale che portava alla cintura, ma la magia di quel luogo era troppo forte. Una creatura simile a un lupo deforme le squarciò la spalla, e lei cadde nel sottobosco, il sangue che macchiava le foglie autunnali.
Proprio mentre l’oscurità stava per avvolgerla, un ruggito scosse la terra.
Un’enorme bestia dorata balzò tra lei e i suoi assalitori. Era una creatura di pura forza e maestà. Con pochi colpi feroci, mise in fuga i mostri della foresta. Claris, con le ultime forze, cercò di rialzarsi, ma la vista le si offuscò. Sentì delle mani grandi e calde sollevarla, e una voce profonda che mormorava parole in una lingua antica.
Quando riaprì gli occhi, non era in una grotta o in un incubo, ma in un paradiso.
Si trovava in una stanza inondata di luce solare, adagiata su lenzuola di seta che sembravano fatte di nuvole. La ferita alla spalla era fasciata e non faceva più male.
— Sei sveglia, finalmente.
Claris si voltò e vide Feyre. La sua amica non sembrava una prigioniera torturata; indossava abiti puliti e il suo viso aveva ripreso colore.
— Feyre! — Claris cercò di alzarsi, ma Feyre la trattenne dolcemente.
— Piano, Claris. Sei stata fortunata. Tamlin ti ha trovata appena in tempo. Se non fosse stato per lui...
— Tamlin? La bestia? — chiese Claris, confusa.
— È il Signore di questa Corte. La Corte di Primavera — spiegò Feyre, e Claris notò un calore insolito nel modo in cui l’amica pronunciò quel nome.
Nelle settimane che seguirono, Claris scoprì di essere fatta per quel mondo. Mentre Feyre lottava con i suoi sentimenti per Tamlin e con il peso del suo sacrificio, Claris fioriva. La Corte di Primavera era un luogo di bellezza mozzafiato, e lei vi si immerse completamente.
Abbandonò i logori abiti da contadina per lunghi vestiti di seta dai colori vibranti — verde smeraldo, oro, azzurro polvere — che esaltavano la sua bellezza radiosa. Camminava spesso scalza per gli immensi giardini di rose, sentendo la magia della terra sotto la pianta dei piedi.
Tamlin, il possente Signore della Primavera, era un uomo di poche parole, spesso cupo e tormentato da una maledizione che Claris non comprendeva appieno, ma con lei era sempre cortese. Egli vedeva quanto la sua presenza facesse bene a Feyre, e per questo le mise a disposizione l’immensa biblioteca del castello.
Claris passava ore tra quegli scaffali infiniti, leggendo di storia, di magia e di leggende. La sua mente ambiziosa divorava ogni informazione, cercando di capire quel nuovo mondo.
— Ancora qui a farti venire il mal di testa su quei tomi polverosi?
Claris non ebbe bisogno di alzare lo sguardo per sapere chi fosse. Lucien, l’emissario di Tamlin, era entrato nella biblioteca con il suo solito incedere elegante e il sorriso sbilenco che gli illuminava il volto sfregiato.
— La conoscenza è l’unica arma che mi è rimasta, visto che la mia forza fisica si è rivelata... insufficiente contro i vostri boschi — rispose lei, chiudendo il libro con un tonfo secco.
Lucien si sedette sul bordo del tavolo, incrociando le braccia. Il suo occhio metallico ticchettò leggermente mentre la osservava. — Sei una creatura strana, Claris Vaelor. La maggior parte degli umani sarebbe scappata urlando o sarebbe rimasta rannicchiata in un angolo. Tu invece sembri aver deciso di diventare la padrona di casa.
Claris gli rivolse un sorriso smagliante, uno di quelli che solitamente faceva capitolare chiunque nel villaggio. — Solo perché sono un’ospite non significa che debba essere una decorazione inutile, Lucien. E poi, qualcuno deve pur tenerti testa mentre Tamlin e Feyre si guardano come se fossero gli unici due esseri viventi nel Prythian.
Lucien ridacchiò. — Touché. Sono diventati piuttosto insopportabili, non è vero?
— È meraviglioso — lo corresse lei, con sincerità. — Feyre merita di essere amata. Merita di non dover cacciare per sopravvivere. Se Tamlin può darle questo, allora sono felice per loro.
— E tu? — chiese Lucien, il tono improvvisamente più serio. — Cosa desideri tu, Claris? Non mi sembri il tipo che si accontenta delle briciole della felicità altrui.
Claris si alzò, avvicinandosi alla finestra che dava sui giardini in fiore. Il sole faceva brillare i suoi capelli dorati come se fossero filati d’oro zecchino. — Io voglio tutto, Lucien. Voglio capire questo mondo, voglio vedere cosa c’è oltre queste mura e voglio assicurarmi che le persone a cui voglio bene siano al sicuro. Sono ambiziosa, è vero. Ma la mia ambizione non è potere, è libertà.
Lucien la raggiunse, restando a pochi passi di distanza. C’era una tensione tra loro, un misto di sfida e ammirazione che cresceva giorno dopo giorno. — Sei pericolosa, lo sai?
— Perché sono onesta? O perché non ho paura di te? — lo stuzzicò lei, voltandosi a guardarlo negli occhi.
— Entrambe le cose — ammise lui con un mezzo inchino scherzoso. — Ma ammetto che la tua compagnia è l’unica cosa che rende le cene con quegli altri due sopportabili.
— Oh, ammettilo, Lucien: senza di me saresti morto di noia settimane fa.
— Non esageriamo, umana. Potrei sempre decidere di trasformarti in un fiore se diventi troppo impertinente.
Claris rise, una risata limpida che sembrò far vibrare l’aria stessa della biblioteca. — Provaci pure. Ma sospetto che Tamlin non sarebbe felice se la migliore amica della sua futura compagna finisse in un vaso sul davanzale.
Lucien scosse la testa, ma non riuscì a trattenere un sorriso. — Sei impossibile.
— Sono genuina — ribatté lei, riprendendo il suo libro. — Ora lasciami leggere. Ho scoperto un capitolo sui trattati tra le Corti che trovo assolutamente affascinante.
— Sei l’unica persona che conosco che userebbe la parola "affascinante" per dei trattati politici — commentò lui, avviandosi verso la porta. — Ci vediamo a cena, Claris. Cerca di non farti inghiottire dalla biblioteca.
— Farò del mio meglio!
Mentre Lucien usciva, Claris tornò a sedersi, ma il suo sguardo vagò verso il giardino. Vide Feyre e Tamlin camminare vicini tra le rose, un quadro di pace che sembrava quasi troppo bello per essere vero. Sapeva che c’erano ombre in agguato, lo sentiva nei sussurri del vento e lo leggeva nei momenti di silenzio di Tamlin.
Ma per ora, Claris Vaelor era felice. Era nel posto a cui sentiva di appartenere, circondata da bellezza e mistero, con un amico leale e pungente al suo fianco e la consapevolezza che, qualunque cosa fosse accaduta, lei non avrebbe mai smesso di lottare per la luce.
In quel regno di eterna primavera, Claris non era solo un’umana smarrita; era una stella che aveva finalmente trovato il suo cielo, e non aveva alcuna intenzione di smettere di risplendere.
Claris non era una ragazza che si arrendeva facilmente. La sua onestà era pari solo alla sua ambizione: voleva risposte, e sapeva che l’unica persona in grado di dargliele era la più difficile da avvicinare.
Trovò Nesta seduta davanti al fuoco nella loro misera capanna. La sorella maggiore di Feyre appariva gelida, le labbra ridotte a una linea sottile.
— Dimmi la verità, Nesta — esordì Claris, entrando senza bussare. La sua voce era ferma, intrisa di quel coraggio genuino che l’aveva sempre resa una leader tra i giovani del villaggio. — Tuo padre ed Elain blaterano di una zia ricca e di eredità, ma io conosco Feyre. Non ci abbandonerebbe mai così, non senza un addio.
Nesta sollevò lo sguardo, e per un istante Claris vide una crepa nella sua armatura di ghiaccio. — È venuta una bestia — sussurrò Nesta, la voce che tremava appena. — Un Fae. È entrato in casa nostra e ha reclamato un debito di sangue. Feyre è andata con lui per salvarci.
Claris sentì il sangue gelarsi nelle vene. — E perché loro non ricordano?
— Incantesimi, Claris. Credono a quella menzogna della zia perché è più facile che affrontare l’orrore. Ma io ricordo. Ricordo i suoi occhi dorati e il terrore nei suoi.
— Allora vado a prenderla.
Nesta scoppiò in una risata amara. — Attraversare il Muro? Sei pazza. Morirai prima ancora di vedere le terre fatate.
— Forse — rispose Claris, i suoi occhi azzurri che brillavano di una determinazione incrollabile. — Ma Feyre è la mia migliore amica. È leale con me, e io lo sarò con lei. Non la lascerò marcire in un incubo.
Il viaggio verso il Muro fu un calvario di dubbi e freddo, ma Claris non si guardò mai indietro. La sua mente, acuta e persuasiva, cercava di razionalizzare l’irrazionale, finché non si trovò davanti all’invisibile barriera che separava il mondo umano da quello dei mostri.
Il passaggio non fu come lo aveva immaginato. Non appena mise piede oltre il confine, la foresta sembrò prendere vita contro di lei. Creature fatte di ombre e artigli, nate dai peggiori incubi delle leggende, balzarono dai rovi. Claris lottò, usò un pugnale che portava alla cintura, ma la magia di quel luogo era troppo forte. Una creatura simile a un lupo deforme le squarciò la spalla, e lei cadde nel sottobosco, il sangue che macchiava le foglie autunnali.
Proprio mentre l’oscurità stava per avvolgerla, un ruggito scosse la terra.
Un’enorme bestia dorata balzò tra lei e i suoi assalitori. Era una creatura di pura forza e maestà. Con pochi colpi feroci, mise in fuga i mostri della foresta. Claris, con le ultime forze, cercò di rialzarsi, ma la vista le si offuscò. Sentì delle mani grandi e calde sollevarla, e una voce profonda che mormorava parole in una lingua antica.
Quando riaprì gli occhi, non era in una grotta o in un incubo, ma in un paradiso.
Si trovava in una stanza inondata di luce solare, adagiata su lenzuola di seta che sembravano fatte di nuvole. La ferita alla spalla era fasciata e non faceva più male.
— Sei sveglia, finalmente.
Claris si voltò e vide Feyre. La sua amica non sembrava una prigioniera torturata; indossava abiti puliti e il suo viso aveva ripreso colore.
— Feyre! — Claris cercò di alzarsi, ma Feyre la trattenne dolcemente.
— Piano, Claris. Sei stata fortunata. Tamlin ti ha trovata appena in tempo. Se non fosse stato per lui...
— Tamlin? La bestia? — chiese Claris, confusa.
— È il Signore di questa Corte. La Corte di Primavera — spiegò Feyre, e Claris notò un calore insolito nel modo in cui l’amica pronunciò quel nome.
Nelle settimane che seguirono, Claris scoprì di essere fatta per quel mondo. Mentre Feyre lottava con i suoi sentimenti per Tamlin e con il peso del suo sacrificio, Claris fioriva. La Corte di Primavera era un luogo di bellezza mozzafiato, e lei vi si immerse completamente.
Abbandonò i logori abiti da contadina per lunghi vestiti di seta dai colori vibranti — verde smeraldo, oro, azzurro polvere — che esaltavano la sua bellezza radiosa. Camminava spesso scalza per gli immensi giardini di rose, sentendo la magia della terra sotto la pianta dei piedi.
Tamlin, il possente Signore della Primavera, era un uomo di poche parole, spesso cupo e tormentato da una maledizione che Claris non comprendeva appieno, ma con lei era sempre cortese. Egli vedeva quanto la sua presenza facesse bene a Feyre, e per questo le mise a disposizione l’immensa biblioteca del castello.
Claris passava ore tra quegli scaffali infiniti, leggendo di storia, di magia e di leggende. La sua mente ambiziosa divorava ogni informazione, cercando di capire quel nuovo mondo.
— Ancora qui a farti venire il mal di testa su quei tomi polverosi?
Claris non ebbe bisogno di alzare lo sguardo per sapere chi fosse. Lucien, l’emissario di Tamlin, era entrato nella biblioteca con il suo solito incedere elegante e il sorriso sbilenco che gli illuminava il volto sfregiato.
— La conoscenza è l’unica arma che mi è rimasta, visto che la mia forza fisica si è rivelata... insufficiente contro i vostri boschi — rispose lei, chiudendo il libro con un tonfo secco.
Lucien si sedette sul bordo del tavolo, incrociando le braccia. Il suo occhio metallico ticchettò leggermente mentre la osservava. — Sei una creatura strana, Claris Vaelor. La maggior parte degli umani sarebbe scappata urlando o sarebbe rimasta rannicchiata in un angolo. Tu invece sembri aver deciso di diventare la padrona di casa.
Claris gli rivolse un sorriso smagliante, uno di quelli che solitamente faceva capitolare chiunque nel villaggio. — Solo perché sono un’ospite non significa che debba essere una decorazione inutile, Lucien. E poi, qualcuno deve pur tenerti testa mentre Tamlin e Feyre si guardano come se fossero gli unici due esseri viventi nel Prythian.
Lucien ridacchiò. — Touché. Sono diventati piuttosto insopportabili, non è vero?
— È meraviglioso — lo corresse lei, con sincerità. — Feyre merita di essere amata. Merita di non dover cacciare per sopravvivere. Se Tamlin può darle questo, allora sono felice per loro.
— E tu? — chiese Lucien, il tono improvvisamente più serio. — Cosa desideri tu, Claris? Non mi sembri il tipo che si accontenta delle briciole della felicità altrui.
Claris si alzò, avvicinandosi alla finestra che dava sui giardini in fiore. Il sole faceva brillare i suoi capelli dorati come se fossero filati d’oro zecchino. — Io voglio tutto, Lucien. Voglio capire questo mondo, voglio vedere cosa c’è oltre queste mura e voglio assicurarmi che le persone a cui voglio bene siano al sicuro. Sono ambiziosa, è vero. Ma la mia ambizione non è potere, è libertà.
Lucien la raggiunse, restando a pochi passi di distanza. C’era una tensione tra loro, un misto di sfida e ammirazione che cresceva giorno dopo giorno. — Sei pericolosa, lo sai?
— Perché sono onesta? O perché non ho paura di te? — lo stuzzicò lei, voltandosi a guardarlo negli occhi.
— Entrambe le cose — ammise lui con un mezzo inchino scherzoso. — Ma ammetto che la tua compagnia è l’unica cosa che rende le cene con quegli altri due sopportabili.
— Oh, ammettilo, Lucien: senza di me saresti morto di noia settimane fa.
— Non esageriamo, umana. Potrei sempre decidere di trasformarti in un fiore se diventi troppo impertinente.
Claris rise, una risata limpida che sembrò far vibrare l’aria stessa della biblioteca. — Provaci pure. Ma sospetto che Tamlin non sarebbe felice se la migliore amica della sua futura compagna finisse in un vaso sul davanzale.
Lucien scosse la testa, ma non riuscì a trattenere un sorriso. — Sei impossibile.
— Sono genuina — ribatté lei, riprendendo il suo libro. — Ora lasciami leggere. Ho scoperto un capitolo sui trattati tra le Corti che trovo assolutamente affascinante.
— Sei l’unica persona che conosco che userebbe la parola "affascinante" per dei trattati politici — commentò lui, avviandosi verso la porta. — Ci vediamo a cena, Claris. Cerca di non farti inghiottire dalla biblioteca.
— Farò del mio meglio!
Mentre Lucien usciva, Claris tornò a sedersi, ma il suo sguardo vagò verso il giardino. Vide Feyre e Tamlin camminare vicini tra le rose, un quadro di pace che sembrava quasi troppo bello per essere vero. Sapeva che c’erano ombre in agguato, lo sentiva nei sussurri del vento e lo leggeva nei momenti di silenzio di Tamlin.
Ma per ora, Claris Vaelor era felice. Era nel posto a cui sentiva di appartenere, circondata da bellezza e mistero, con un amico leale e pungente al suo fianco e la consapevolezza che, qualunque cosa fosse accaduta, lei non avrebbe mai smesso di lottare per la luce.
In quel regno di eterna primavera, Claris non era solo un’umana smarrita; era una stella che aveva finalmente trovato il suo cielo, e non aveva alcuna intenzione di smettere di risplendere.
