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the only daughter

Fandom: percy jackson

Criado: 14/05/2026

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FantasiaAventuraRomanceDramaUA (Universo Alternativo)DivergênciaRecontarEstudo de PersonagemSandalpunk
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L'Eclissi della Regina

Il fumo della piuma di pavone che bruciava nel braciere d'oro non era nero, ma di un iridescente blu elettrico. Hera lo osservò con occhi che avevano visto la nascita delle stelle e il declino delle ere, sentendo il peso dell'ennesima umiliazione inflitta dai suoi fratelli. Zeus sedeva sul trono più alto, Poseidone governava gli abissi, Hades le ombre. E lei? Lei era la Regina, eppure la sua corona sembrava fatta di vetro, pronta a infrangersi sotto il peso dei continui tradimenti del marito. La sua gentilezza originaria era stata erosa dai millenni come la roccia sotto una cascata di acido.

Ma Claris era diversa. Claris non era nata da un atto di infedeltà, ma da un atto di volontà pura. Sangue mortale e icore divino fusi insieme dalle fiamme sacre. Quando la bambina nacque dalle ceneri dopo nove mesi di gestazione mistica, Hera sentì un brivido che non provava da eoni: paura. Quella creatura era troppo potente. Per questo, Claris Hale crebbe nell’ombra, finché il destino — o forse la vendetta — non la spinse verso le colline di Long Island.

L’estate in cui Claris arrivò al Campo Mezzosangue fu la stessa in cui il cielo sembrò sul punto di crollare. Percy Jackson era appena arrivato, portando con sé l’odore del mare e il caos dei Grandi Tre. Ma quando Claris varcò il confine, il vento non soffiò semplicemente: si inchinò.

I suoi capelli biondi, lunghi e ondulati, sembravano catturare ogni raggio di sole, e i suoi occhi marroni erano così profondi da sembrare pozzi di saggezza antica. Al suo ingresso, una piuma di pavone apparve sospesa sopra la sua testa, brillando di una luce verde smeraldo prima di dissolversi in polvere d’oro. Il silenzio che seguì fu più assordante di un tuono. Chirone si inchinò, e con lui tutto il campo. Hera aveva reclamato la sua primogenita.

— Non è possibile — sussurrò qualcuno tra i figli di Ermes. — Hera non ha figli semidei. Mai.

Claris non rispose. Camminò verso la Casa Grande con una grazia regale che metteva a disagio chiunque la guardasse. Non era la bellezza eterea delle figlie di Afrodite; era una bellezza sovrana, fatta di marmo e autorità.

Le prime settimane furono un esercizio di isolamento. Se Percy Jackson era guardato con sospetto perché figlio di un dio proibito, Claris era temuta come se fosse l'incarnazione della tempesta stessa. Nessuno voleva sedersi vicino a lei al padiglione della mensa. La Cabina Due, solitamente vuota e onoraria, era stata riaperta per lei. Era un mausoleo di marmo bianco e oro, con pavoni scolpiti e un fuoco perenne che ardeva nel centro.

— Ti guardano come se stessi per trasformarli in mucche da un momento all'altro — disse una voce alle sue spalle durante il sesto giorno.

Claris si voltò lentamente. Era Percy. Aveva i capelli spettinati e l'aria di chi era appena uscito da una lezione di scherma andata male.

— Forse dovrei farlo — rispose lei, la voce bassa e melodiosa, ma con una punta di freddezza che fece arretrare il ragazzo di un passo. — Almeno avrebbero un motivo valido per fissarmi.

Percy fece un mezzo sorriso, grattandosi la nuca. — Io sono il figlio del "Dio dei Terremoti" e tu sei la figlia della "Regina che odia i semidei". Direi che siamo sulla stessa barca. Anche se la mia probabilmente affonda.

Claris lo osservò. Sentì un legame empatico scattare involontariamente, un dono di sua madre. Percepì la solitudine di Percy, la sua confusione. Per un istante, la sua aura di ghiaccio si incrinò.

— Mia madre non odia i semidei — precisò Claris. — Odia ciò che rappresentano: l'instabilità. Ma io non sono un errore, Percy. Sono un dono.

L’armonia, però, durò poco. Se i figli di Ares sembravano nutrire un rispetto reverenziale per lei — dopotutto, Hera era la madre del loro padre — c’era chi non sopportava la sua presenza. Aurelia Vance, la capocabina di Afrodite, non accettava che ci fosse qualcuno in grado di attirare l'attenzione più di lei senza nemmeno provarci.

L’occasione per lo scontro arrivò durante una lezione di tiro con l'arco. Aurelia, con i suoi capelli perfettamente lisci e un profumo di rose che stordiva, si avvicinò a Claris con un sorriso che non arrivava agli occhi.

— È un peccato, sai? — disse Aurelia, controllandosi le unghie. — Una ragazza così bella, chiusa in quella cabina fredda come una tomba. Tua madre ti ha creata per essere una statua o un essere umano? Perché finora, sembri solo un pezzo di arredamento costoso.

Claris non si mosse, ma il cielo sopra di loro si oscurò improvvisamente. Un refolo di vento gelido sollevò le ciocche bionde della figlia di Hera.

— La bellezza di mia madre è l'ordine, Aurelia — rispose Claris, voltandosi verso di lei. — La tua è solo... vanità. C'è una differenza tra regnare e farsi guardare.

Aurelia arrossì per la rabbia, la sua aura di Charmspeak iniziò a vibrare nell'aria, cercando di costringere Claris a inginocchiarsi. — Dovresti imparare il tuo posto, Hale. Qui non sei sull'Olimpo.

— Hai ragione — sussurrò Claris.

In un istante, la terra sotto i piedi di Aurelia tremò leggermente. Non fu un terremoto violento come quelli di Percy, ma fu mirato. Le radici dell'erba si avvolsero attorno alle caviglie della figlia di Afrodite, bloccandola. Claris mosse un passo avanti, e i suoi occhi marroni brillarono di una luce ambrata.

— Io vedo i legami che ti tengono insieme, Aurelia — disse Claris, usando la sua *Desmokinesis*. — Vedo quanto sei disperata per l'approvazione altrui. Vuoi che ti faccia dimenticare cosa si prova a essere amata? Posso recidere quel filo nel tuo cuore in un battito di ciglia.

Aurelia sbiancò, il suo potere svanì come nebbia al sole. La paura nei suoi occhi era reale. Claris rilasciò la pressione mentale e le radici si ritirarono. Senza dire un'altra parola, la figlia di Hera si allontanò, lasciando il campo nel silenzio più assoluto.

Quella sera, l'Oracolo parlò. Una missione era necessaria. Il fulmine di Zeus era scomparso, ma c'era dell'altro. Una premonizione aveva colpito Claris durante la notte: non era solo una guerra tra dei, era una minaccia alla struttura stessa della famiglia divina.

Chirone convocò lei e Percy nella Casa Grande.

— La profezia dice che il figlio del mare e la figlia della corona dovranno camminare dove la terra si spezza — spiegò il centauro, con aria grave. — Claris, tu hai visto qualcosa.

— Ho visto le fondamenta del mondo incrinarsi — disse lei, stringendo le mani sul tavolo di legno. — Mia madre mi ha mostrato che se il fulmine non torna, non sarà solo Zeus a colpire. Sarà il Caos. E ho visto un tradimento... un legame familiare che si spezza in modo irreparabile.

Percy la guardò. — Allora dobbiamo andare. Io, te e...

— Grover — concluse Claris. — Ho un legame empatico con lui. È puro di cuore, bilancerà la nostra... intensità.

Il viaggio iniziò sotto auspici oscuri. Mentre attraversavano il paese, il rapporto tra Percy e Claris si evolse in modo tortuoso. Percy era impulsivo, guidato dall'istinto e dalle emozioni. Claris era una stratega nata, fredda e calcolatrice, capace di manipolare il tempo atmosferico per coprire le loro tracce o di usare la sua autorità divina per convincere i mortali a lasciarli passare.

— Perché devi sempre controllare tutto? — sbottò Percy una notte, mentre erano accampati in un bosco nel New Jersey. — A volte bisogna solo... lasciarsi andare.

Claris stava intrecciando distrattamente dei fili d'erba, creando piccoli animali che prendevano vita per pochi secondi prima di tornare terra. — Se mi lasciassi andare, Percy, la mia mente diventerebbe un uragano. Mia madre mi ha dato il potere di unire e dividere. Se perdo il controllo, potrei distruggere i sentimenti di chiunque mi stia intorno. Non è come l'acqua. L'acqua distrugge il corpo. Io distruggo l'anima.

Percy si sedette accanto a lei. Nonostante la sua diffidenza iniziale, non poteva negare di essere attratto dalla forza che emanava. Non era solo potere; era una solitudine che rispecchiava la sua.

— Non distruggerai la mia — disse lui con fermezza. — Sono troppo testardo.

Claris accennò un sorriso, il primo vero sorriso che lui le vedeva fare. In quel momento, l'aria attorno a loro divenne calda e profumata di loto. Senza rendersene conto, le loro mani si sfiorarono. Grazie alla sua *Desmokinetic Empowerment*, Claris sentì la propria forza raddoppiare. Il legame che stava nascendo con Percy, un legame di fiducia e qualcosa di più profondo, la rendeva invincibile.

Ma il pericolo era in agguato. Aurelia Vance, per vendicarsi dell'umiliazione subita al campo, aveva usato i suoi contatti per attirare l'attenzione di forze oscure su di loro. Durante una sosta a Las Vegas, la figlia di Afrodite apparve in un messaggio Iride, non a loro, ma a qualcuno che li stava cacciando.

— Sono al Casinò Lotus — sussurrò l'immagine di Aurelia a una figura d'ombra. — La figlia di Hera è debole quando si preoccupa per il ragazzo. Colpitela lì.

Claris ebbe una premonizione improvvisa. Un lampo di dolore le attraversò la mente.

— Percy, dobbiamo uscire di qui! Ora! — gridò, afferrandolo per il braccio.

Il Casinò Lotus stava cercando di intrappolarli nel tempo, ma la volontà di Claris era superiore. Usò il suo comando divino — la *Divine Authority* — per spezzare l'incantesimo che gravava sui camerieri e sugli ospiti.

— SVEGLIATEVI! — la sua voce risuonò come un rintocco di campana d'oro.

L'illusione tremò. Scapparono appena in tempo, ma il tradimento di Aurelia non rimase impunito. Claris, mentre correvano verso l'uscita, sentì il filo della vita di Aurelia al campo. Avrebbe potuto spezzarlo. Avrebbe potuto farla impazzire di dolore. Ma guardò Percy, che la teneva per mano per non perderla nella folla, e scelse la clemenza. Non sarebbe stata la dea vendicativa che tutti si aspettavano. Sarebbe stata migliore.

Arrivati negli Inferi, la tensione tra i due raggiunse il culmine. Davanti al trono di Hades, Percy era pronto a combattere, ma Claris fece un passo avanti. Sapeva che Hades era suo zio, un fratello di sua madre.

— Re dei Morti — disse lei, la voce ferma nonostante il terrore che le stringeva il cuore. — Non siamo qui per rubare, ma per preservare la famiglia. Se l'Olimpo cade, il tuo regno sarà inondato da anime che non avrebbero dovuto morire. Mia madre, Hera, chiede il tuo rispetto. Non come nemico, ma come sangue del tuo sangue.

Hades la fissò, e per un istante sembrò vedere in lei non una semidea, ma la sorella che un tempo giocava con lui prima che Crono li inghiottisse. La diplomazia di Claris, unita alla sincerità di Percy, permise loro di scoprire la verità: il fulmine era stato rubato da qualcuno all'interno del campo, manipolato dal Titano Crono.

Sulla via del ritorno, sulla spiaggia di Santa Monica, si trovarono ad affrontare Ares. Il Dio della Guerra era furioso, ma Claris sentiva il legame tra lui e sua madre.

— Fratello! — gridò lei, sfidando le onde che Percy stava sollevando. — Non farlo! Sei il figlio di Hera, il protettore del matrimonio e dell'onore. Stai lasciando che un Titano ti usi come un fante?

Ares esitò. Quel momento di dubbio fu tutto ciò di cui Percy ebbe bisogno per ferirlo. Quando il dio si ritirò, maledicendoli, il cielo si aprì in un acquazzone purificatore.

Tornati al Campo Mezzosangue come eroi, la gerarchia era cambiata. Aurelia Vance cercò di mantenere il suo status, ma nessuno la ascoltava più. Claris Hale non era più la "statua di marmo". Era la leader che aveva evitato una guerra civile.

L'ultima sera dell'estate, Claris e Percy sedevano sul molo, guardando il tramonto.

— Quindi — disse Percy, rompendo il silenzio. — L'anno prossimo tornerai?

Claris guardò la sua mano, poi quella di Percy. Sentiva le emozioni del ragazzo: ansia, speranza, un affetto sincero che la spaventava più di qualsiasi mostro.

— Mia madre dice che i legami sono le cose più potenti del mondo, Percy — rispose lei, voltandosi a guardarlo negli occhi. — E io ho iniziato un legame qui che non ho intenzione di spezzare.

Percy sorrise e, questa volta, Claris non usò i suoi poteri per capire cosa provasse. Non ne aveva bisogno. Si avvicinò e gli diede un bacio sulla guancia, un gesto semplice, umano, lontano dalla regalità dell'Olimpo.

Il vento soffiò leggero, portando con sé il profumo dei pini e del mare. La figlia di Hera aveva trovato il suo posto, non su un trono di marmo, ma accanto a un figlio del mare, in un mondo che stava imparando a chiamare casa. L'estate era finita, ma la loro storia, intrecciata come i fili del destino, era appena iniziata.
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