
← Назад
0 лайков
when the roses are now burned
Фандом: acotar
Создан: 10.05.2026
Теги
РомантикаФэнтезиПовседневностьФлаффЮморЗанавесочная историяСеттинг оригинального произведенияHurt/ComfortДрамаАнгстПсихологияCharacter studyДивергенцияТрагедияПропущенная сценаЭкшнПриключенияСоулмейтыДаркНарочитая жестокостьЛирика
L'eco del silenzio
Il cielo sopra Velaris era una distesa di velluto blu, punteggiato da stelle che brillavano come diamanti incastonati nel vuoto. Per chiunque altro, quella vista sarebbe stata un balsamo per l'anima, la prova tangibile che la bellezza poteva ancora esistere dopo l'orrore di Sotto la Montagna. Per Claris Vaelor, quelle stelle erano solo spettatori muti di una tragedia che non accennava a finire.
Claris sedeva sul parapetto di pietra della Casa del Vento, le gambe a penzoloni nel vuoto. I suoi capelli biondo dorato, che un tempo brillavano di una luce propria, erano ora opachi, legati in una treccia disordinata. I suoi occhi azzurri, che Feyre aveva sempre paragonato a specchi d’acqua cristallina, erano velati da una nebbia grigia.
Non sentiva il freddo. Non sentiva quasi nulla, se non il peso soffocante del potere che premeva contro le pareti della sua mente, un potere che cercava disperatamente di reprimere.
— Dovresti rientrare. L’aria si sta facendo gelida.
La voce era bassa, un sussurro che sembrava fondersi con le ombre della notte. Claris non si voltò. Non ne aveva bisogno. Sapeva che Azriel era lì, appostato nell'oscurità come un guardiano silenzioso.
— Il freddo è l'unica cosa che mi ricorda di essere viva, Azriel — rispose lei, la voce priva di emozione. — E anche su quello ho i miei dubbi.
Il Cantore delle Ombre si avvicinò, ma mantenne una distanza rispettosa. Non cercava di consolarla con false speranze, né cercava di "aggiustarla" come facevano gli altri. Rhysand la guardava con una pietà che la faceva infuriare; Feyre la osservava con un senso di colpa così denso da essere quasi soffocante; e Mor... Mor la guardava come se fosse un enigma fastidioso da risolvere.
— Feyre è preoccupata per te — disse Azriel, le sue ombre che danzavano leggere intorno alle sue ali possenti.
Claris emise una risata secca, un suono che non aveva nulla di divertente.
— Feyre ha imparato a preoccuparsi troppo tardi. Mi ha lasciata alla Corte di Primavera per mesi. Mi ha lasciata in quella gabbia dorata con un mostro che non riusciva nemmeno a guardarmi senza ricordarsi del suo fallimento.
L'astio nelle sue parole era palpabile. Quando Amarantha era stata sconfitta, Claris aveva sperato che l'incubo fosse finito. Ma la morte della regina non aveva spezzato del tutto il legame di soggezione che la univa a lei; era rimasto come un veleno latente nel suo sangue. E Tamlin... Tamlin l'aveva punita per essere sopravvissuta, per essere diventata una Fae, per essere stata il giocattolo di Amarantha quando Rhysand non bastava più. L'aveva rinchiusa, isolata, trattandola come un monito vivente di tutto ciò che aveva perso.
— Rhysand non sapeva — mormorò Azriel.
— Rhysand sa tutto, o almeno così ama far credere — ribatté lei, voltandosi finalmente a guardarlo. — Mi ha vista nelle stanze di Amarantha. Mi ha curata quando la regina finiva con me, è vero. Ma poi mi ha lasciata lì. Mi ha lasciata marcire nel silenzio della Corte di Primavera mentre lui si prendeva la sua compagna.
Azriel non rispose. Sapeva che non c'erano scuse che potessero cancellare quei mesi di solitudine. Le ombre del Cantore si allungarono verso Claris, sfiorandole appena le dita. Lei non si ritrasse. Le ombre erano oneste; non chiedevano nulla, non pretendevano sorrisi o gentilezza.
— Non sono qui per difenderlo — disse Azriel dopo un lungo silenzio. — Sono qui perché so cosa significa abitare nell'oscurità.
Claris distolse lo sguardo, fissando di nuovo l'orizzonte. Il suo potere, un'energia empatica e distruttiva al tempo stesso, pulsava sotto la sua pelle. Per anni era stata la ragazza gentile, l'amica educata che portava gioia ovunque andasse. Quella ragazza era morta Sotto la Montagna, uccisa e rinata come qualcosa di spezzato.
Il mattino seguente, la tensione all'interno della Casa del Vento era quasi elettrica. Claris scese le scale per la colazione, muovendosi con una grazia letale che ancora non sentiva sua. In cucina, Mor stava parlando animatamente con Cassian, ma si interruppe non appena Claris entrò nella stanza.
— Buongiorno, Claris — disse Mor, sforzandosi di mantenere un tono cordiale. — Abbiamo pensato di andare al mercato oggi. Ti farebbe bene uscire un po' da queste mura.
Claris si versò del tè, ignorando il piatto di cibo che era stato preparato per lei.
— Non mi interessa il mercato, Morrigan.
Mor strinse le labbra, la sua pazienza chiaramente al limite.
— Non puoi continuare così. Sei alla Corte dei Sogni ora. Qui non ci nascondiamo, non ci chiudiamo nelle stanze come facevi da Tamlin. Devi reagire.
Claris posò la tazza con una lentezza calcolata. I suoi occhi azzurri brillarono di una luce fredda.
— Tu non sai nulla di quello che facevo da Tamlin. Non sai cosa significhi essere l'ombra di se stessi, pregando che il sole non sorga mai perché ogni giorno è solo una nuova forma di tortura. Quindi, risparmiami i tuoi consigli sulla "reazione".
— Cerco solo di aiutarti! — esclamò Mor, facendo un passo avanti. — Feyre soffre vedendoti in questo stato. Si sente in colpa ogni singolo giorno!
— E dovrebbe! — urlò Claris, la sua voce che tremava per la prima volta. Il potere represso esplose in una piccola onda d'urto che fece vibrare i vetri delle finestre. — Mi ha lasciata indietro! Mi ha dimenticata in quel buco d'inferno mentre lei viveva la sua favola con il suo Signore della Notte! Sono stata usata, uccisa, trasformata e poi abbandonata dalla persona che chiamavo sorella. Non osare dirmi come dovrei sentirmi.
Il silenzio che seguì fu pesante come piombo. Cassian scambiò un'occhiata preoccupata con Mor, ma fu l'ingresso di Rhysand a spezzare la tensione. Il Signore della Notte osservò la scena, lo sguardo che indugiava sui vetri ancora vibranti e poi sul viso stravolto di Claris.
— Mor, Cassian, lasciateci soli — ordinò Rhysand con una calma che non ammetteva repliche.
Mor sembrò voler ribattere, ma Cassian le posò una mano sulla spalla e la guidò fuori dalla stanza. Una volta soli, Rhysand si avvicinò al tavolo, sedendosi di fronte a Claris.
— Hai ragione — disse semplicemente.
Claris lo guardò con sospetto, le lacrime di rabbia che ancora le bruciavano gli occhi.
— Su cosa?
— Su tutto. Ti ho lasciata lì perché ero concentrato a proteggere Feyre e a ricostruire la mia corte. Ho sottovalutato il pericolo che correvi con Tamlin, pensando che, essendo sua amica, saresti stata al sicuro. Mi sbagliavo. E mi dispiace, Claris. Più di quanto possa esprimere a parole.
Claris distolse lo sguardo, sentendo la propria determinazione vacillare. Era più facile odiarlo che perdonarlo. L'odio era un'armatura; il perdono era un varco aperto.
— Non voglio le tue scuse, Rhysand. Voglio solo essere lasciata in pace.
— Non posso farlo — rispose lui, la voce morbida. — Non perché voglia controllarti, ma perché il legame che Amarantha ha creato in te non è svanito del tutto. Lo sento. C'è un'oscurità che ancora ti chiama, e se non impari a gestire il tuo potere, ti consumerà.
— Forse voglio che mi consumi — sussurrò lei.
Rhysand si sporse in avanti, costringendola a guardarlo negli occhi.
— Io ero lì, Claris. Ricordo le notti in cui Amarantha ti chiamava nelle sue stanze dopo aver finito con me. Ricordo come tremavi, e ricordo come cercavi di sorridermi nonostante tutto, solo per darmi un briciolo di conforto. Quella ragazza è ancora lì dentro. È solo molto, molto arrabbiata.
Claris sentì un nodo alla gola. Il ricordo di quelle notti Sotto la Montagna era una ferita aperta. Rhysand era stato l'unico a capire, l'unico che, tra un orrore e l'altro, aveva usato i suoi poteri per lenire il suo dolore fisico, anche quando lui stesso era allo stremo delle forze.
— Non so come tornare quella di prima — ammise lei, la voce che svaniva in un soffio.
— Non tornerai quella di prima — intervenne una voce dalla soglia.
Azriel era lì, appoggiato allo stipite della porta. Le sue ombre sembravano sussurrare segreti al vento.
— Nessuno di noi torna mai quello di prima dopo essere stato all'inferno — continuò il Cantore delle Ombre. — Ma puoi diventare qualcosa di nuovo. Qualcosa di altrettanto potente, ma più consapevole.
Claris guardò i due maschi di fronte a lei. Uno rappresentava il peccato e il sacrificio, l'altro il silenzio e la comprensione. Per la prima volta da quando era arrivata a Velaris, la pressione nel suo petto sembrò allentarsi, seppur di poco.
— Feyre mi odia? — chiese Claris improvvisamente.
Rhysand scosse il capo.
— Feyre ti ama. Ed è terrorizzata dal fatto di averti persa per sempre, anche se sei seduta qui davanti a noi.
Claris si alzò, lasciando la tazza di tè intatta. Si diresse verso l'uscita, fermandosi un istante accanto ad Azriel.
— Non sono pronta a parlare con lei — disse, senza guardarlo. — E non sono pronta a perdonare.
— Va bene — rispose Azriel. — Il tempo è l'unica cosa che non manca qui.
Claris uscì sul balcone, lasciando che il vento di Velaris le scompigliasse i capelli. Guardò la città sottostante, le luci che brillavano come promesse lontane. Non era felice. Non era guarita. Ma per la prima volta, non sentiva il bisogno impulsivo di gettarsi nel vuoto.
Il suo potere pulsò di nuovo, ma stavolta non cercò di soffocarlo. Lo lasciò scorrere, un fiume d'oro e d'ombra che si intrecciava con la sua anima. Era Claris Vaelor, ed era stata spezzata in mille pezzi. Forse, con il tempo, avrebbe imparato a ricomporli, creando un mosaico diverso, più oscuro, ma infinitamente più forte.
Mentre le ombre di Azriel si allungavano verso di lei, Claris chiuse gli occhi e, per la prima volta dopo un'eternità, respirò davvero. L'eco del silenzio che l'aveva accompagnata per mesi iniziò, molto lentamente, a trasformarsi in una melodia. Una melodia triste, malinconica, ma pur sempre una canzone di vita.
Claris sedeva sul parapetto di pietra della Casa del Vento, le gambe a penzoloni nel vuoto. I suoi capelli biondo dorato, che un tempo brillavano di una luce propria, erano ora opachi, legati in una treccia disordinata. I suoi occhi azzurri, che Feyre aveva sempre paragonato a specchi d’acqua cristallina, erano velati da una nebbia grigia.
Non sentiva il freddo. Non sentiva quasi nulla, se non il peso soffocante del potere che premeva contro le pareti della sua mente, un potere che cercava disperatamente di reprimere.
— Dovresti rientrare. L’aria si sta facendo gelida.
La voce era bassa, un sussurro che sembrava fondersi con le ombre della notte. Claris non si voltò. Non ne aveva bisogno. Sapeva che Azriel era lì, appostato nell'oscurità come un guardiano silenzioso.
— Il freddo è l'unica cosa che mi ricorda di essere viva, Azriel — rispose lei, la voce priva di emozione. — E anche su quello ho i miei dubbi.
Il Cantore delle Ombre si avvicinò, ma mantenne una distanza rispettosa. Non cercava di consolarla con false speranze, né cercava di "aggiustarla" come facevano gli altri. Rhysand la guardava con una pietà che la faceva infuriare; Feyre la osservava con un senso di colpa così denso da essere quasi soffocante; e Mor... Mor la guardava come se fosse un enigma fastidioso da risolvere.
— Feyre è preoccupata per te — disse Azriel, le sue ombre che danzavano leggere intorno alle sue ali possenti.
Claris emise una risata secca, un suono che non aveva nulla di divertente.
— Feyre ha imparato a preoccuparsi troppo tardi. Mi ha lasciata alla Corte di Primavera per mesi. Mi ha lasciata in quella gabbia dorata con un mostro che non riusciva nemmeno a guardarmi senza ricordarsi del suo fallimento.
L'astio nelle sue parole era palpabile. Quando Amarantha era stata sconfitta, Claris aveva sperato che l'incubo fosse finito. Ma la morte della regina non aveva spezzato del tutto il legame di soggezione che la univa a lei; era rimasto come un veleno latente nel suo sangue. E Tamlin... Tamlin l'aveva punita per essere sopravvissuta, per essere diventata una Fae, per essere stata il giocattolo di Amarantha quando Rhysand non bastava più. L'aveva rinchiusa, isolata, trattandola come un monito vivente di tutto ciò che aveva perso.
— Rhysand non sapeva — mormorò Azriel.
— Rhysand sa tutto, o almeno così ama far credere — ribatté lei, voltandosi finalmente a guardarlo. — Mi ha vista nelle stanze di Amarantha. Mi ha curata quando la regina finiva con me, è vero. Ma poi mi ha lasciata lì. Mi ha lasciata marcire nel silenzio della Corte di Primavera mentre lui si prendeva la sua compagna.
Azriel non rispose. Sapeva che non c'erano scuse che potessero cancellare quei mesi di solitudine. Le ombre del Cantore si allungarono verso Claris, sfiorandole appena le dita. Lei non si ritrasse. Le ombre erano oneste; non chiedevano nulla, non pretendevano sorrisi o gentilezza.
— Non sono qui per difenderlo — disse Azriel dopo un lungo silenzio. — Sono qui perché so cosa significa abitare nell'oscurità.
Claris distolse lo sguardo, fissando di nuovo l'orizzonte. Il suo potere, un'energia empatica e distruttiva al tempo stesso, pulsava sotto la sua pelle. Per anni era stata la ragazza gentile, l'amica educata che portava gioia ovunque andasse. Quella ragazza era morta Sotto la Montagna, uccisa e rinata come qualcosa di spezzato.
Il mattino seguente, la tensione all'interno della Casa del Vento era quasi elettrica. Claris scese le scale per la colazione, muovendosi con una grazia letale che ancora non sentiva sua. In cucina, Mor stava parlando animatamente con Cassian, ma si interruppe non appena Claris entrò nella stanza.
— Buongiorno, Claris — disse Mor, sforzandosi di mantenere un tono cordiale. — Abbiamo pensato di andare al mercato oggi. Ti farebbe bene uscire un po' da queste mura.
Claris si versò del tè, ignorando il piatto di cibo che era stato preparato per lei.
— Non mi interessa il mercato, Morrigan.
Mor strinse le labbra, la sua pazienza chiaramente al limite.
— Non puoi continuare così. Sei alla Corte dei Sogni ora. Qui non ci nascondiamo, non ci chiudiamo nelle stanze come facevi da Tamlin. Devi reagire.
Claris posò la tazza con una lentezza calcolata. I suoi occhi azzurri brillarono di una luce fredda.
— Tu non sai nulla di quello che facevo da Tamlin. Non sai cosa significhi essere l'ombra di se stessi, pregando che il sole non sorga mai perché ogni giorno è solo una nuova forma di tortura. Quindi, risparmiami i tuoi consigli sulla "reazione".
— Cerco solo di aiutarti! — esclamò Mor, facendo un passo avanti. — Feyre soffre vedendoti in questo stato. Si sente in colpa ogni singolo giorno!
— E dovrebbe! — urlò Claris, la sua voce che tremava per la prima volta. Il potere represso esplose in una piccola onda d'urto che fece vibrare i vetri delle finestre. — Mi ha lasciata indietro! Mi ha dimenticata in quel buco d'inferno mentre lei viveva la sua favola con il suo Signore della Notte! Sono stata usata, uccisa, trasformata e poi abbandonata dalla persona che chiamavo sorella. Non osare dirmi come dovrei sentirmi.
Il silenzio che seguì fu pesante come piombo. Cassian scambiò un'occhiata preoccupata con Mor, ma fu l'ingresso di Rhysand a spezzare la tensione. Il Signore della Notte osservò la scena, lo sguardo che indugiava sui vetri ancora vibranti e poi sul viso stravolto di Claris.
— Mor, Cassian, lasciateci soli — ordinò Rhysand con una calma che non ammetteva repliche.
Mor sembrò voler ribattere, ma Cassian le posò una mano sulla spalla e la guidò fuori dalla stanza. Una volta soli, Rhysand si avvicinò al tavolo, sedendosi di fronte a Claris.
— Hai ragione — disse semplicemente.
Claris lo guardò con sospetto, le lacrime di rabbia che ancora le bruciavano gli occhi.
— Su cosa?
— Su tutto. Ti ho lasciata lì perché ero concentrato a proteggere Feyre e a ricostruire la mia corte. Ho sottovalutato il pericolo che correvi con Tamlin, pensando che, essendo sua amica, saresti stata al sicuro. Mi sbagliavo. E mi dispiace, Claris. Più di quanto possa esprimere a parole.
Claris distolse lo sguardo, sentendo la propria determinazione vacillare. Era più facile odiarlo che perdonarlo. L'odio era un'armatura; il perdono era un varco aperto.
— Non voglio le tue scuse, Rhysand. Voglio solo essere lasciata in pace.
— Non posso farlo — rispose lui, la voce morbida. — Non perché voglia controllarti, ma perché il legame che Amarantha ha creato in te non è svanito del tutto. Lo sento. C'è un'oscurità che ancora ti chiama, e se non impari a gestire il tuo potere, ti consumerà.
— Forse voglio che mi consumi — sussurrò lei.
Rhysand si sporse in avanti, costringendola a guardarlo negli occhi.
— Io ero lì, Claris. Ricordo le notti in cui Amarantha ti chiamava nelle sue stanze dopo aver finito con me. Ricordo come tremavi, e ricordo come cercavi di sorridermi nonostante tutto, solo per darmi un briciolo di conforto. Quella ragazza è ancora lì dentro. È solo molto, molto arrabbiata.
Claris sentì un nodo alla gola. Il ricordo di quelle notti Sotto la Montagna era una ferita aperta. Rhysand era stato l'unico a capire, l'unico che, tra un orrore e l'altro, aveva usato i suoi poteri per lenire il suo dolore fisico, anche quando lui stesso era allo stremo delle forze.
— Non so come tornare quella di prima — ammise lei, la voce che svaniva in un soffio.
— Non tornerai quella di prima — intervenne una voce dalla soglia.
Azriel era lì, appoggiato allo stipite della porta. Le sue ombre sembravano sussurrare segreti al vento.
— Nessuno di noi torna mai quello di prima dopo essere stato all'inferno — continuò il Cantore delle Ombre. — Ma puoi diventare qualcosa di nuovo. Qualcosa di altrettanto potente, ma più consapevole.
Claris guardò i due maschi di fronte a lei. Uno rappresentava il peccato e il sacrificio, l'altro il silenzio e la comprensione. Per la prima volta da quando era arrivata a Velaris, la pressione nel suo petto sembrò allentarsi, seppur di poco.
— Feyre mi odia? — chiese Claris improvvisamente.
Rhysand scosse il capo.
— Feyre ti ama. Ed è terrorizzata dal fatto di averti persa per sempre, anche se sei seduta qui davanti a noi.
Claris si alzò, lasciando la tazza di tè intatta. Si diresse verso l'uscita, fermandosi un istante accanto ad Azriel.
— Non sono pronta a parlare con lei — disse, senza guardarlo. — E non sono pronta a perdonare.
— Va bene — rispose Azriel. — Il tempo è l'unica cosa che non manca qui.
Claris uscì sul balcone, lasciando che il vento di Velaris le scompigliasse i capelli. Guardò la città sottostante, le luci che brillavano come promesse lontane. Non era felice. Non era guarita. Ma per la prima volta, non sentiva il bisogno impulsivo di gettarsi nel vuoto.
Il suo potere pulsò di nuovo, ma stavolta non cercò di soffocarlo. Lo lasciò scorrere, un fiume d'oro e d'ombra che si intrecciava con la sua anima. Era Claris Vaelor, ed era stata spezzata in mille pezzi. Forse, con il tempo, avrebbe imparato a ricomporli, creando un mosaico diverso, più oscuro, ma infinitamente più forte.
Mentre le ombre di Azriel si allungavano verso di lei, Claris chiuse gli occhi e, per la prima volta dopo un'eternità, respirò davvero. L'eco del silenzio che l'aveva accompagnata per mesi iniziò, molto lentamente, a trasformarsi in una melodia. Una melodia triste, malinconica, ma pur sempre una canzone di vita.
Хотите создать свой фанфик?
Зарегистрируйтесь на Fanfy и создавайте свои собственные истории!
Создать свой фанфик